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Gonfalone della Città

Gonfalone della Città

BREVI CENNI SUL PATRIMONIO STORICO, ARTISTICO, CIVILE E RELIGIOSO

Somma Vesuviana sorge nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio e rappresenta, per le peculiarità storiche e naturali del territorio, una delle Città di spicco di tutta l’area vesuviana.
La blasonatura dello stemma cittadino raffigura uno scudo sannitico in campo azzurro raffigurante un monte di tre cime, sormontate da tre querce, al naturale. Il tutto sormontato da una Corona d’oro di Città . In araldica la quercia, probabilmente l’albero più nobile del blasone, è assunto come simbolo di forza, potenza, nobiltà, animo forte, antico dominio, e così via.
Sotto lo scudo vi è una doppia fronda, unita da un nastro rosso; a destra (a sinistra di chi guarda) fronda di alloro fogliata al naturale, fruttifera di rosso e a sinistra (a destra di chi guarda) una fronda di quercia fogliata e ghiandifera al naturale.
Nel De officiis di Cicerone si narra del Console Quinto Fabio Labeone che, inviato a dirimere le controversie territoriali tra Napoli e Nola, assegna a Roma quel pezzo del territorio neutro fertilissimo alle falde del Vesuvio, dove poi sorgeranno i primi insediamenti romani e successivamente Somma. Il prof. Mimmo Parisi, nelle sue ricerche apparse su diverse riviste storiche, ha avanzato l’ipotesi che l’inviato dal Senato di Roma per dirimere la questione non poteva essere il Console Quinto Fabio, impegnato in quell’anno nella guerra contro i Galli, ma il pretore pellegrino Caio Atinio Labeone nel 195.a.C.

Numerosi sono, quindi, gli insediamenti di epoca romana rinvenuti nelle nostre zone; di notevole interesse architettonico è quello relativo ai ruderi della cosiddetta Villa di Augusto, individuata negli anni trenta in località Starza Regina. La villa si estende su una superficie presunta di circa 20.000 mq., prefigurando l’esistenza di un complesso costruttivo di rara grandezza e particolare pregio. Il nucleo architettonico portato alla luce risale agli inizi del II secolo d.C. e si articola su due livelli impreziositi da stucchi, statue, marmi, dipinti e tendaggi dei maggiori artisti dell’epoca. Attualmente gli scavi condotti riguardano un’area totale di circa 6000 mq di cui solo una parte di 2500 mq è stata eseguita, ma con risultati di grande importanza. Nell’anno 536 dell’era volgare Belisario, dando speciali privilegi, ordinò che le famiglie di Somma e di altre città dovevano andare a ripopolare Napoli (Paolo Diacono, Historia Miscella). In epoca angioina Somma, insieme ad Aversa, Pozzuoli e Torre del Greco, era una delle città più importanti di Terra di Lavoro; nel 1320, infatti, Somma è la quarta città, dopo Napoli, nel giustizierato di Terra di Lavoro e Contado di Molise (una specie dell’attuale Provincia), per l’entità della tassazione di once 117. Ai tempi di Giovanna I d’Angiò vi erano numerosi nobili dei sedili di Napoli che possedevano feudi in Somma, tra questi ricordiamo: Landulphus Minutulus dictus Sclavus, Philippus de Ughot, Ioannes Caraczolus filius dom. Delfinae, Petrus et Ioannes Pignatellus e Iacobus de Costantio (Tutini, origine de’seggi, 132). Il 3 ottobre del 1586, considerata data particolarmente significativa per la storia della città, il conte di Trivento G. Geronimo d’Afflitto e il procuratore dei Sindaci di Somma e dei suoi casali firmano “l’istrumento di riscatto. Da questo momento in poi la città ed i suoi casali non sarebbero più stati infeduati. La somma versata dall’Università di Somma per il riscatto della città fu di 75.000 ducati (A.S.N, Notai XVI sec. notaio Consalvo Calefato, 3 ottobre 1586). Poichè le condizioni economiche della città non si rivelarono all’altezza, in quello stesso anno la città rivendette allo stesso conte di Trivento tutti i suoi corpi feudali (A.S.N, Cedolari,1, f. 69v.). Secondo quanto narra una inedita cronachetta del tempo, tramandata da un appartenente della famiglia Figliola, il 3 ottobre 1586 nell’attuale Largo Portaterra (sulla Toppa) il Capitano della Terra di Somma consegnò le chiavi della città al governatore e ai tre sindaci della città, simbolo dell’avvenuta liberazione dal servaggio feudale per virtù e sacrificio del popolo che raccolse ben 112 mila ducati (cifra poi non confermata dai documenti) per liberarsi dal feudatario. Nel 1591 Donna Cornelia de Lannoy, vedova del conte D’Afflitto, cedette Somma e i suoi casali a Camillo Caracciolo, principe di Avellino il quale, nel 1596 lo donò ad Antonio de Cardona y Cordoba (A.S.N, Cedolari,1, f. 69 v.).
Diversi documenti dell’Archivio Storico, Cedolari, Relevi ed altro (A.S.N. Spoglio delle significatorie dei relevi, 17, ff. 35,256 v. 366; A.S.N, Cedolari,1, f. 223.) testimoniano che la città di Somma è rimasta infeudata ai de Cardona fino al XVII secolo (Fonte Domenico Parisi).

Gli antichi quartieri della città, Casamale seu Terra, Margherita e Prigliano avevano avuto fino all’inizio dell’Ottocento anche una funzione amministrativa, nel senso che essi eleggevano i 40 deputati dell’Università (governo locale) ripartendoli tra loro rispettivamente in 20 Casamale, 10 Margarita e 10 Prigliano. Ai quartieri si aggiungevano già dal 1326 gli antichi Casali che a quel tempo erano gli attuali Comuni di Sant’Anastasia, Pollena Trocchia e Massa (di Somma). Appartenevano amministrativamente a Somma anche il Casale di Pacciano, attuale frazione della Città di Pomigliano d’Arco e il quartiere di Napoli, Ponticello (Ponticelli in seguito) come attesta un altro documento della cancelleria angioina (fonte Domenico Russo). Tra gli storici sommesi ricordiamo l’abate Domenico Maione, che nel 1703 pubblicò la sua Breve descrizione della regia città di Somma, Napoli, per Antonio Solofrano, con una tavola in incisione lignea rappresentante Somma in prospettiva, molto originale e curiosa. Il Reverendo Maione, utroque iure, teologo e protonotario apostolico, fu un minuto ricercatore di notizie di Somma.

Somma e Contorni: Tavola del XVII sec. conservata nell'Archivio di Stato di Napoli

Somma e contorni: Tavola del XVII sec.conservata nell’Archivio di Stato di Napoli


Il quartiere denominato il Casamale, come traslazione della famiglia Causamala o Malo, è presente a Somma sicuramente – come abbiamo già sottolineato sopra – già nel 1326 come aggregazione urbana insieme agli altri quartieri Margarita e Prigliano. E’ facile che anteriormente a questa data il primo nucleo abitativo era situato in prossimità della antica parrocchia di San Lorenzo, ora inesistente, nella località dove attualmente insiste via Santa Maria delle Grazie a Castello, ma non si esclude che ancor più precedentemente un piccolo insediamento possa essersi formato intorno alla rocca o arce normanna, di cui oggi possiamo intravedere qualche residuo murario al di sotto del Santuario di Santa Maria a Castello. Il quartiere Casamale si caratterizza al suo interno per l’articolata rete di vicoli stretti e per gli edifici a cortina in pietra lavica; degni di nota sono il portale durazzesco – catalano del Palazzo Secondulfo (XV secolo), il Palazzo Sirico (XV e XVII secolo), il Palazzo Orsini e Colletta (XV e XVII secolo), la Chiesa delle Alcantarine o di Gesù Bambino (XVII secolo), la Chiesa di San Pietro di leggendaria memoria e numerosi altri caseggiati caratterizzati da elementi architettonici dei secoli scorsi.

Di grande impatto, per l’importanza dell’aspetto, sono i palazzi costruiti tra il cinquecento e il settecento, che sorgono sull’antica piazza del borgo e su via Casaraia come Palazzo Giusso, Palazzo Mormile Duca di Campochiaro, la Certosa di San Martino (Palazzo Principe di Gerace) e Palazzo De Felice (poi Alfano de Notaris). Il palazzo della Resina con il suo circondato è forse la più rappresentativa e meglio conservata, nonostante il frazionamento della proprietà, fra le masserie di Somma. Insediamento antichissimo, per essere sorto al fianco delle chiese, in origine forse benedettine, di S. Maria del Pozzo, deve il suo aspetto attuale, probabilmente a Don Marcello Carafa, che qui nacque e probabilmente vi morì, in qualità di Reggente della Vicaria.
Fuori dalle mura della cittadina si scorgono le monumentali opere erette o ristrutturate dagli Angioini (l’Arx Summae, il Convento e Chiesa di San Domenico o San Giuseppe, la Starza Regina e la Masseria di Madama Fileppa), dagli Aragonesi (le Mura del Borgo medioevale e il Convento e la Chiesa di S.Maria del Pozzo) e da famiglie nobili (Caracciolo, Carafa, Pappacoda, Minutolo, Mormile, Filangieri, Cito, Filomarino, de Gennaro, Vitolo e così via) trasferitesi nella cittadina a seguito dei Reali (la Masseria Resina, la Masseria del Duca di Salza, e la Masseria Malatesta).

Un discorso a parte merita la Chiesa di San Domenico e la sua istituzione. Il Dott. Mimmo Russo ci riferisce nelle sue approfondite indagini storiche che tutti ancora oggi scimmiottano una citazione dello storico di Somma, Alberto Angrisani, che nel 1928 scrisse: 1294 – Re Carlo II fa edificare la chiesa ed il convento di San Domenico (reg. ang. 1294 M,f 111).Campanile San Domenico Inizio '900
In realtà il documento citato sopra ci chiarisce solo della donazione ai Padri Domenicani a Somma della masseria del Campo Dopnico. Saremmo quindi rimasti a questa datazione se lo storico Giorgio Cocozza nel 1997 non avesse trovato nell’Archivio di Stato di Napoli e precisamente nella sezione Monasteri Soppressi, tra le carte del Convento di Somma là conservate, un appunto del 1590 dove è scritto che già intorno al Mille esisteva un Convento dei Benedettini con la chiesa annessa intitolata a Sant’Onofrio (ASN, Monasteri soppressi, vol. 993,f 409). Successivamente nel 1292 Papa Nicola IV concesse il convento antichissimo ai Domenicani e pochi anni dopo Carlo II donò la masseria del campo Dopnico allo stesso ordine che ristrutturò di fatto quell’insediamento religioso già esistente, probabilmente con l’intitolazione a Santa Maria Maddalena. E’poi noto che Carlo II d’Angiò fu catturato dagli Aragonesi e dai Siciliani e che per grazia ricevuta dalla liberazione aveva fatto voto di costruire dodici conventi dedicati a S.Maria Maddalena. Recentemente come è stato riportato dal Padre Domenicano Gerardo Cioffari nel 1993, molte di queste dedicazioni erano solo delle ristrutturazioni. Comunque l’attuale campanile – come riferisce Domenico Russo – non è angioino e fu completamente rifatto nel 1466 da un architetto nell’età aragonese, tale Parmezio Marinis, a seguito di un devastante terremoto di qualche anno prima.

Altra illustre famiglia,I Figliola, possedeva un prestigioso palazzo dietro la Collegiata e abbiamo notizie della loro presenza sin dal 1026 (Capasso, Monumenta…,Reg.407). Il 15 marzo 1719 il Rev. D.Antonio Figliola, Parroco di San Giorgio, si spense e lasciò tutto il suo patrimonio al Convento di San Domenico (ASN, Monasteri Soppressi, vol.1786). Diversi membri di questo illustre casato ebbero pubbliche cariche nella nostra città.
Una curiosità: il nome di Madama Filippa (detto dal popolo Fileppa per il frequente scambio tra loro della i ed e) è dovuto alla siciliana nutrice di Giovanna I d’Angiò, Filippa di Catania, che sposò Raimondo de Cabannis. Giovanna, sin dalla morte del padre Carlo d’Angiò detto l’Illustre (1298-1328), divenuta signora di Somma (Minieri Riccio, Studi sopra 84 registri, pag.67 che cita un registro angioino ora distrutto) donò alla sua nutrice in feudo Starcie site in terra Summe que fuit q.am Magisteri Joannis de Grissiaco (Minieri Riccio, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini, pag.134). Storici e letterati quali Sannazzaro, Pontano, il Caro, Di Costanzo, Summonte, Colletta, Ingarrica diventarono nel corso del tempo nomi comuni della città di Somma. Iacopo Sannazzaro, in particolare, venne in Somma nel 1527 e vi rimase per quell’anno e parte del successivo sino a quando i soldati del Conte di Lautrec non invasero le contradi sommesi; egli era entusiasta della nostra città e soleva affermare che Somma era la perfetta immagine dell’Arcadia col bicipite Parnaso. Fabricio Luna, umanista e grammatico del ‘500, pubblicò nel 1536 in Napoli, per i tipi di Giovanni Sultzbach il Vocabulario di cinquemila vocabuli toschi non men oscuri che utili e necessarj del Furioso, Bocaccio, Petrarcha e Dante nuovamente dichiarati e raccolti da Fabricio Luna per alfabeta ad utilità di chi legge, scrive e favella, nel quale parla di Somma, affermando che non c’è paese al mondo di più temperante aere. Raimondo di Sangro (1710 – 1771), VII Principe di San Severo, personaggio napoletano noto per le sue alchimie e per il suo Cristo velato, abitò per alcuni mesi del 1763 nella nostra città per scontare una detenzione tramutata in domicilio.

Tanti personaggi, che riscontriamo in documenti relativi alla storia di Somma, hanno avuto grande risonanza nella storia del Regno di Napoli e tra questi ricordiamo Nicola Spinelli, massimo giudice di Carlo I d’Angiò, il marchese Gaetano De Felice, grande figura di letterato e giornalista clericale della fine dell’Ottocento, il Generale Angelo D’Ambrosio, militare amico di Murat e buon conoscente di Napoleone, S.E. Michelangelo Cianciulli, ministro della giustizia di Murat e infine Don Baldassare Cito, presidente del Sacro Regio Consiglio nel 1763. La Città di Somma è entrata anche nella storia della vita del principe d’Elboeuf, Emanuele Maurizio di Lorena, ricordato negli annali come il primo scopritore delle antichità ercolanesi, proprietario della splendida e celebre Villa d’Elboeuf di Portici. Il principe franco-austriaco, infatti, sposò la sommese Maria Teresa Strambone, figlia unica di Girolamo, Duca di Salsa, abitante nella Terra di Somma nel luogo detto la Villa. Il matrimonio fu celebrato il 9 ottobre 1713 nella parrocchia di S.Sofia nella Chiesa di Santa Maria Maggiore di Napoli. (ASNA, Notaio A. De Martino, 582/49, f. 173, Capitoli matrimoniali, 14 e 16 ag. 1713; Borrelli, in Napoli Nobilissima, 31, 1992, p.64).
In vari diplomi angioini si incontrano nomi di famiglie ebraiche abitanti in Somma nel Duecento e Trecento. Lo storico degli ebrei del Mezzogiorno, Dr. Nicola Ferorelli (Gli Ebrei nell’Italia meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Torino, 1915), esplicitamente afferma che in Somma nel sec. XV vi era una fiorente colonia ebraica nell’antichissimo quartiere Giudecca. Non mancano opere pittoriche di pregio a corredo delle numerose fabbriche religiose e degli oratori privati sparsi in tutto il territorio, consistenti in preziosi affreschi dell’XI e XIV secolo e tele del XVI, XVII e XVIII secolo. A tal riguardo ricordiamo Jacopo Parmese, pittore stimato di Somma nel 1400, che insieme con Galvano da Padova affrescò il palazzo della Duchesca a Napoli (Filangieri G., Documenti per la storia, le arti e le industrie delle province napoletane, Vol.IV, pag.252).

Pianta della Città di Somma (1799 - 1800) di Luigi Marchese

Pianta della Città di Somma (1799 – 1800) di Luigi Marchese

L’aneddotica storia sommese ci ha tramandato, inoltre, il passaggio nella nostra Città di svariati Santi, a partire da San Pietro, San Gennaro, San Sossio e chissà quanti altri! Ma si tratta di aneddotica e non di storia! Un Santo che, invece, certamente è passato per Somma è San Giuseppe Calasanzio (1557-1648), fondatore della Congregazione dei Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (detti scolopi), che soggiornò brevemente in queste contrade tra l’ottobre e il novembre del 1627. Dalle note al processo di beatificazione di San Giuseppe Calasanzio, scritte dal padre dello stesso ordine Vincenzio Talenti, apprendiamo che ben due nostri antichi concittadini furono miracolati, a distanza di tempo, dal futuro Santo (fonte Domenico Parisi). Tanti Santi protettori, inoltre, si sono succeduti nella millenaria storia del paese: San Sebastiano (1649), Madonna del Rosario (1649), Beata Vergine di Castello (1660) e infine il glorioso San Gennaro, Vescovo e Martire (1858). All’epoca a Somma viveva un piccolo esercito di religiosi: erano circa una sessantina i preti secolari; altre decine di monaci e monache popolavano i numerosi Conventi locali. Vi erano anche illustri Vescovi nativi di Somma: Gian Michele De Rossi, dell’ordine Carmelitano, nato a Somma nel 1583 e morto nel 1638, nominato Vescovo di Minervino in Puglia e pochi mesi dopo, l’11 (14) aprile dello stesso anno, trasferito nella sede vescovile di Alife; Giovanni Leonardo Bottiglieri, Vescovo di Lettere dal 1591 alla sua morte nel 1599; Fra’Michele (Marcello Bologna), Teatino dei Duchi di Palma, nato a Somma nel 1647, Vescovo di Isernia e dal 1701 di Amalfi; il Teatino Antonio Maria Carafa (Somma 1-1-1682; + Avellino 4-3-1746), Vescovo di Avellino. Nella Vita del gloriosissimo Padre Santo Agostino, Vescovo e Dottore di S.Chiesa di Cesare Benvenuti e José Maria Fonseca de Evora si cita – come riferisce il Prof.Domenico Parisi – un Vescovo Silvano, sommense, Decano e Primate della Numidia e, a pagina 421, si riporta ancora un altro Vescovo, Felice di Zomma, ovvero di Somma, nel 411 d.C..

Il circuito sacro del paese comprendeva nel Settecento numerosi luoghi di antica memoria: la parrocchia di San Lorenzo, la Chiesa Collegiata sotto il titolo di S.Maria la Sanità; Ospedale e Chiesa della Pace; Chiesa e Convento dei Monaci Carmelitani; Parrocchia di San Pietro; Parrocchia di San Giorgio con annesso ospedale di Santa Caterina; chiesa e convento dei Padri Domenicani; cappella di Santa Maria delle Grazie; parrocchia di S.Michele Arcangelo o dell’Angelo; parrocchia di Santa Croce; i tre conventi di Tutti i Santi gestiti dagli Eremitani di Sant’Agostino (un convento era ubicato alla fine di via Piccioli, un altro nell’attuale via Spirito Santo difronte all’attuale Cappella, il terzo convento non si conosce l’ubicazione). I sommesi, tutti o quasi tutti, erano associati a una o più confraternite e pie unioni. Quindi processioni non ne mancavano sul territorio. Un esempio calzante della religiosità popolare si osserva nel numeroso patrimonio di edicole votive sparse per l’intero territorio e si riscontra subito da una loro analisi che esse sono quasi tutte dedicate alla Madonna sotto vari aspetti (Rosario, Carmine, Immacolata, Addolorata e Castello), quali diretta conseguenza dell’azione pastorale e della predicazione dei Padri Domenicani, Carmelitani, Francescani, Eremitani, clero locale e così via. Sul finire del ‘700 la Città Regia di Somma, in base alle statistiche dell’Abate Sacco Francesco del 1795-96, contava 7127 abitanti. Era famosa per la produzione di frutti saporiti, vini generosi, olio e gelsi per seta. L’Insigne Collegiata, sotto il titolo di Santa Maria Maggiore, era servita da tre Dignità, da nove Canonici, da un Sacrestano, da tre Ebdomadari (che si occupavano a turno del servizio liturgico) e da sei Chierici beneficiati. Il Prof. Parisi Domenico ci chiarisce che la chiesa di Santa Maria della Sanità, scelta poi per diventare Collegiata nel 1600, era gestita dagli Eremitani di Sant’Agostino fino al 1594; successivamente, dopo la scissione dell’Ordine tra Eremitani e Agostiniani Scalzi, la guida passò a quest’ultimi che la tennero fino al 1608.

Esistevano in città otto confraternite laicali sotto i titoli del Sacramento, dell’ Immacolata Concezione, del Rosario, del Carmine, di Santa Maria della Neve, di Santa Caterina, di Santa Maria de’ Battenti e dei Morti.
La rivista trimestrale n° XXIV Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, pubblicata a Torino nel 1907, ci fornisce una insolita descrizione di queste confraternite e dei loro membri:

A Somma Vesuviana, vi è invece un continuo via vai di piccole processioni di confrati. Sono popolani coperti da un lungo camice bianco, con cappuccio che scende sulla faccia e lascia solo due buchi innanzi agli occhi per orizzontarsi: è il costume delle confraternite che accompagnano i morti al cimitero. Precede uno di questi frati, sorreggendo una gran croce. E tutti si battono il petto fortissimamente. Guai a mettersi sulla loro strada, guai a tentare di passare sulle loro file. Chi li incontra ha il dovere di fermarsi finchè non siano sfilati. Se lo dimentica, da sotto le tuniche si levano nodosi bastoni per punirlo, e, ove, i bastoni non bastassero, ci sarebbero i coltelli. Sempre vi sono, intanto le bestemmie. E’il rovescio della medaglia, è il lato comico.

A Somma, si ricorda un clamoroso episodio di fucilazione senza processo ad opera del capitano Federico Bosco dei Conti di Ruffina. In data 23 luglio del 1861 alle ore 15, nel largo Mercato, oggi piazza Vittorio Emanuele III, sei cittadini di Somma furono massacrati senza uno straccio di processo. Altri due fermati furono rilasciati in quanto religiosi. Un triste episodio per la nostra comunità, che ancora oggi si interroga su quegli efferati delitti commessi all’indomani dell’Unità d’Italia. È evidente che i piemontesi vollero a tutti i costi ristabilre l’ordine, ma rimane il dubbio se i sei fucilati fossero veri “briganti” o vittime di una resa di conti tra le potenti famigli locali divise ormai in due fazioni (foto della fucilazione per gentile concessione del Dott. Mimmo Russo). Intanto con Regio Decreto n°1196 del 4 gennaio 1863 fu aggiunto a Somma l’aggettivo Vesuviano, che con il trascorrere del tempo divenne l’attuale Vesuviana per concordanza con il nome della Città, senza che fosse intervenuto nessun decreto in merito. L’aggiunta dell’aggettivo Vesuviano fu indispensabile per evitare confusione con un’altra Somma che si trova in Lombardia (Somma Lombardo).

Spirito guerriero e trattatista storico fu il concittadino Alberto Angrisani (1878 – 1953): proveniente da una rinomata famiglia di estrazione borghese, conseguì una discreta formazione umanistica, interessandosi di storia, archeologia e arte, sebbene i suoi studi professionali lo spinsero all’epoca dapprima a laurearsi in medicina e chirurgia e successivamente in farmacia. Numerosi sono stati gli studi condotti da Angrisani e pregevole è la sua opera Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla città di Somma Vesuviana, Napoli, 1928. Il libro è una memoria scritta in pochi giorni, propriamente quindici, in difesa dell’autonomia della città. L’autonomia, infatti, fu salva. Volente o nolente – riferisce Jacopo Pignatiello – chiunque si accosti allo studio di Somma e dei suoi monumenti deve partire da questa ricerca molto accurata filologicamente. Un’altra opera che merita attenzione è Fasti di Somma scritta da Candido Greco nel 1974: un viaggio tra storia, leggende e versi poetici. Candido Greco avrebbe voluto fare il macchinista e il pittore, ma diventò insegnante e poi giornalista, ancora oggi seppure anziano vive la sua vita tra i libri e i suoi dolci nipotini.
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Particolare attenzione merita la Chiesa di Santa Maria del Pozzo, decretata Bene Nazionale d’interesse archeologico, situata nel territorio dell’omonima frazione, la quale forma, con l’annesso convento e la cripta, un complesso di particolare interesse storico, artistico e architettonico. La caratteristica di maggiore interesse del complesso religioso è rappresentata dalla stratificazione temporale e, di conseguenza, stilistica della struttura che va dall’epoca romana, alla quale risalirebbero alcuni ambienti della cripta, fino al periodo angioino. La costruzione della chiesa superiore e del convento risale al Cinquecento: fu Giovanna I d’Aragona, III di Napoli, già venuta a Somma il 28 agosto 1496 per consumare il suo matrimonio con Ferrandino d’Aragona (Giuliano Passero, prima pubblicazione della storia sotto forma di giornali ecc., p.105 e segg.), che nel 1510, rivolgendosi all’allora Vescovo di Nola Giovan Francesco Bruno, acquistò un vasto appezzamento di terreno con annessa una piccola chiesa dedicata alla Madonna del Pozzo. La sovrana fece realizzare un maestoso complesso religioso, poi donato ai frati francescani con il consenso di Papa Giulio II. La stessa sovrana istituì due importanti ricorrenze: una era la fiera del martedì in albis nel piazzale antistante il convento che durava otto giorni con la rilevante figura del magister nundinarum, che aveva la giurisdizione civile e penale per l’intera durata della fiera, sorvegliava sulle merci vendute e, al fine di evitare brogli, controllava prezzo, qualità, peso e misura, mettendo da parte addirittura l’autorità regia; l’altra disposizione contemplava, invece, per la nobiltà locale l’utilizzo delle mazze del Pallio nella processione del Corpus Domini (fonte Emanuele Coppola). La parte inferiore, che attualmente costituisce la cripta della chiesa, è formata da una serie di ambienti appartenenti ad epoche diverse e disposti su più livelli: alcuni elementi lascerebbero supporre la presenza di un tempo pagano, probabilmente di una antica villa rustica di epoca romana, con accesso nella zona più bassa del complesso chiamata Pozzo, dove si trova il prezioso affresco della Madonna del Pozzo. Il complesso è famoso anche per il notevole patrimonio letterario che ha custodito per secoli fino a quando, nel 1866, venne decretata la terza soppressione dei monasteri ad opera dei Savoia con le Leggi Siccardi.

Il patrimonio della biblioteca monastica fu, quindi, affidato alla Municipalità Sommese con decreto prefettizio del 24 aprile 1869 e una cospicua parte verrà concessa alla Biblioteca Popolare, inaugurata il 2 novembre 1921, ad opera dell’Unione Magistrale di Somma Vesuviana. I libri, d’inestimabile valore, sono oggi ospitati presso la sede del I° Circolo Didattico che, unitamente all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e alla Biblioteca Civile di Raffaele Arfè, ha provveduto nel 1922 alla realizzazione del Catalogo del Patrimonio Librario in questione. Un’altra parte del patrimonio librario consistente in quattro manoscritti e cinque libri a stampa per uso liturgico, invece, è custodita dalla Municipalità nell’Archivio Storico Cittadino Giorgio Cocozza e attualmente sottoposta a un accurato restauro per conto della Direzione dei Beni Culturali di S.Maria del Pozzo d’intesa con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici della Campania.
Di grande rilievo e ben inserito nel contesto conventuale è il Museo della Civiltà Contadina Michele Russo, che testimonia la ricchezza della cultura agricola locale e propone un percorso di conoscenza della realtà della zona dal tempo dei Romani ad oggi. Il convento di Santa Maria del Pozzo è ricordato, inoltre, perché ospitò parte dei profughi veneti e friulani in occasione della Prima Guerra Mondiale e, nel tempo, tanta infanzia abbandonata, che in quelle mura trovò sollievo alle proprie sofferenze.

Accanto agli aspetti monumentali, a conferire prestigio a Somma Vesuviana sono anche le numerose manifestazioni folkloristiche e religiose-popolari che affondano le loro origini nel passato più remoto, rappresentando una forte attrazione per l’intero territorio campano. La più importante è la festa del 3 maggio, detta anche O’tre a Croce, festa civile e religiosa antichissima. Nell’usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva sorprendentemente proprio il 3 maggio. Secondo l’enciclopedia cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani, e la data del 3 maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce da parte dell’Imperatrice Sant’Elena nell’anno 326. Non è un caso che nella vicina città di Ottaviano nello stesso giorno si tiene la processione di una Croce, in cui è incastonata una teca contenente due schegge della Croce Santa di Gerusalemme, che furono portate – secondo la tradizione – alla comunità ottavianese dal monaco Francesco della Pietra di ritorno dalla sua missione in Terra Santa al tempo delle crociate.

Aldilà delle ricorrenze cristiane questa nostra festa è caratterizzata dalle tradizionali paranze, compagnie di devoti che, accompagnate da gruppi di suonatori, per devozione alla Madonna del Castello raggiungono la vetta del Monte Somma.
Tutto è incentrato sul canto, una delle tante meraviglie che la natura ha offerto all’uomo, e se questo canto, poi, è rivolto a una bella figliola allora tutto si tramuta in fuoco e passione. Il fuoco che illumina durante le notti di maggio il Sacro Monte avvolto in miti e leggende e la passione che, invece, si trasforma in una dolce melodia che da sempre il solito cantatore con il coro dei devoti improvvisa sul sagrato della chiesetta sotto il sorriso della Mamma Schiavona. Un canto che viene da lontano, sillabico, la cui melodia è costruita sulla scala maggiore napoletana con suoni prolungati e fioriti. Un infinito canto d’amore che a maggio si sparge tra le valli profumate di ginestre e arriva pian piano sotto la finestra della donna amata con il consueto dono della “pertica”.Tra i canti del mondo contadino una particolare attenzione è rivolta anche alla fronna, una forma di canto senza accompagnamento strumentale, una sorta di recitativo operistico, che i contadini usavano per comunicare tra loro a grandi distanze, portando la mano alla guancia per amplificare il suono. Grazie alla buona trasmissione e alla leggerezza del suono le fronne furono utilizzate in seguito presso le finestre dei carcerati per comunicare notizie in codice o per trasmettere messaggi d’amore e di conforto. La fronna rimane, però, una tipica forma di canto che precede ancora oggi lo svolgimento della tammurriata, viene eseguita da un cantore solista che accompagna il suo gruppo fino al sagrato della chiesa, esaltando la devozione nei confronti di una delle Madonne più invocata del territorio.

Solenne e drammatica è la Processione della Addolorata con il Cristo Morto che si svolge il Venerdì Santo con la presenza delle quattro confraternite laicali: Arciconfraternita del Pio Laical Monte della Morte e Pietà (1650), Arciconfraternita del SS.mo Sacramento, Confraternita di S.Maria della Neve e Confraternita di S.Maria del Carmine o della Libera: il rito è così sentito che migliaia di fedeli accorrono in città per assistere allo svolgimento.

PROCESSIONE DELLA ADDOLORATA CON IL CRISTO MORTO

Significativa anche la Festa delle lucerne che ogni quattro anni celebra la Madonna della Neve riproponendo un antico rito agricolo – pagano propiziatorio e di ringraziamento. Festa per molti aspetti unica in tutto il Meridione il cui aspetto più caratteristico è dato oltre dalla presenza di centinaia di piccole lucerne ad olio disposte in alcune strade secondo una tradizionale e particolare coreografia, anche da un antico canto omofono sciolto a carattere melismatico in tonalità minore intonato a cappella dalle invisibili donne del luogo durante la processione del 5 agosto della Madonna della Neve. Le origini storiche della festa delle lucerne, però, non ci sono note e nel corso degli anni sono state spiegate con varie ipotesi. Probabilmente la sua origine è incerta, forse un’invenzione. Certo è che dal Ristretto dell’esito Ordinario fatto dal Priore Fra Nicola Antonio Milante di questo nostro convento di S. Maria di Costantinopoli di Somma, etc nel agosto del 1757 si legge quanto segue: ….si fa esito di grana 50 (5 carlini) pagati per compra di carta per i lampioncini et oglio per li lumi fatti nella festa delle lucernelle. Questa importante notizia, rinvenuta nel volume 6594 dei fascicoli Monasteri Soppressi dell’Archivio di Stato di Napoli, è l’unico documento finora che comprova l’esistenza di questa antica festa. Il compianto Raffaele D’Avino, invece, ci conferma in uno dei tanti suoi articoli che l’olio/petrolio, detto o’cisto, per alimentare le lucerne era in consegna alla Confraternita della Neve e veniva pagato per molti anni da rendite derivanti da alcune abitazioni in via Botteghe. Poi tutto tace. Ecco che subentra tutto ad un tratto la fantasia popolare, l’invenzione, la scena, le figure geometriche, gli specchi, i fantocci, le zucche, le oche, la Madonna, il canto, la morte: una mescolanza di effetti che non aiutano a dare una risposta decisiva su questa festa. Comunque rimane per la sua atmosfera magica una delle feste più suggestive della Campania e uno dei momenti più qualificanti di un quartiere dal glorioso passato.

Festa delle Lucerne 2015 di Raffaele Di Lorenzo on Vimeo.

La cittadina si distingueva, inoltre, per la produzione, fin dall’epoca romana, di frutta, vino e olio. Una conferma della fama della frutta locale è data da una vicenda tramandata da Carlo de Lellis in una delle sue opere: lo storico ci riferisce che l’imperatore Filippo V, durante il soggiorno napoletano nel maggio del 1702, dopo aver assaggiato la nostra frutta, pretese nei vari pranzi ufficiali che fosse servita solo ed esclusivamente quella della nostra città.

Tra la produzione d’eccellenza di questa generosa terra vi è l’albicocca: un frutto prelibato, localmente chiamata crisommola, destinato al consumo fresco, ma anche capace di trasformarsi in succo e polpa, in confetture e in buon sciroppo. Le più diffuse tipologie sono la ceccona, la palummella, la pellecchiella, la boccuccia liscia e spinosa. La crisommola di Somma Vesuviana sbarcò anche negli Stati Uniti grazie allo studioso svedese Gustav Eisen (1847-1940): lo scienziato presentò questo frutto con tutte le sue proprietà all’Accademia dell’Agricoltura Americana in California nel luglio del 1914.

In particolare la produzione del vino vanta origini antichissime, in quanto i primi vitigni furono quelli etruschi e poi quelli importati dalla Grecia, tra cui il Greco ed il Lacrima, detto più tardi Lacryma Christi del Vesuvio, il cui nome è legato alla leggenda che racconta del pianto di Cristo sulla vetta del monte Somma. Il vino Greco di Somma, in particolare, era conosciuto dal Cervantes, dal Tasso, dal Caro e dal Pontano.

Cospicua era nell’Ottocento la coltivazione del baco da seta. Il lavoro al telaio rientrava tra le più importanti competenze femminili in città come la filatura. Quando il lavoro dei campi non richiedeva la presenza femminile, era rilevante quella fornita dalla produzione di tessuti in lino, canapa, cotone e seta. Il prof. Domenico Parisi ci informa che nel 1872 nelle case sommesi vi erano ben 500 telai: un numero enorme se confrontato con le 17 fabbriche e i 200 telai di Portici, i 41 telai di Sant’Anastasia, i 29 di Pomigliano e i circa 40 di Ottaviano.

A pagina 220 del National Year Book, pubblicato a New York nel 1918 da C.S. Hammond & Company, Somma Vesuviana era annoverata tra le principali città del mondo.
Tramandata è anche la lavorazione del merluzzo essiccato (baccalà norvegese) degli scandinavi che si intreccia parallela al paziente e faticoso lavoro dei nostri padri che hanno sempre creduto e saputo mantenere una così nobile arte. Oggi è un vero pezzo di economia della nostra città in continua crescita ed espansione.
Il Palio settembrino con i suoi giochi rappresenta ormai per i cittadini Sommesi un’occasione di forte aggregazione e di riscoperta delle proprie tradizioni storiche: uno dei momenti più qualificanti della nostra vita sociale. Una festa comunitaria di recente istituzione, una nuova forma di cultura popolare che spazia a tutto campo dalla musica, all’artigianato, fino alla valorizzazione del territorio con i suoi prodotti tipici.

Somma Vesuviana ha avuto pure una lunga tradizione bandistica: già nel 1871, infatti, la città disponeva di una piccola fanfara municipale composta da 19 elementi e diretta dal maestro Francesco Brunelli (1821 – 1894), nominato con delibera del Consiglio Comunale del 29 dicembre 1867. Nel napoletano – come riferisce il prof. Mimmo Parisi – era il complesso musicale che vantava la più lunga tradizione, essendo stato istituito già nel 1847 da tale Vincenzo Casillo e avendo preceduto di molti anni quella di Casalnuovo con il Maestro Direttore De Stefano Luigi (1857), Sant’Anastasia con il M° De Luca Luigi (1864) e Portici con il M° Pecoraro Pasquale (1871). Il 14 luglio 1881, dopo ben sedici anni di attività, il maestro Brunelli Francesco fu collocato a riposo e nello stesso anno il 31 ottobre il Consiglio Comunale nominò, con dodici voti favorevoli, il nuovo maestro nella persona del sig. Pellegrino Giuseppe con lo stipendio mensile di Lire 25.

Festa del Baccalà di Raffaele Di Lorenzo

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con decreto del 19 settembre 2012, su proposta del Ministero dell’Interno, ha concesso al Comune di Somma Vesuviana il titolo di Città, benché il 5 agosto 1752 Re Carlo di Borbone, con dispaccio della Real Segreteria per gli Affari Ecclesiastici ordinava alla Curia Nolana di dare a Somma il titolo di Città, che ab antiquo lo era stato sempre dato dalla Maestà del Principe e dalla Regal Camera di Santa Chiara (Alberto Angrisani, Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla Città di Somma…Napoli, 1928).Lo storico Giansefano Remondini nello stesso periodo ci confermava nella sua Della Nolana Ecclesiastica Storia che …E sebben quest’Autore (Giovan Villani) la chiama Castello, si vanta nulla dimanco dell’onorevol titolo di Città, e n’alza corona su l’impresa; e tal chiamata viene da pressochè tutti gli Scrittori, e distintamente dal Pacichelli nella descrizione del Regno, da Andrea Persico nella Dedicatoria alle Decisioni della Summaria, da Antonio Police delle preminenze delle Regie Udienze ragionando, da Francesco Gonzaga nell’origine della Religione Serafica, e dal Magini nella corretta Geografia di Tolomeo, ove scrisse: Senza Napoli son’ anche in Campania, o Campagna, dell’altre Città chiare, come Teano, Calvo, Aversa, Caserta, S. Agata, Nola, e Somma, e così è nominata in infinite scritture, e Reali privilegi, dispacci, e patenti…

Somma Vesuviana, attualmente, è la città capofila dei sei comuni dell’area vesuviana per la gestione finanziaria e amministrativa del Piano di Zona in Ambito Sociale, ponendosi come collegamento logistico – amministrativo con la Città Metropolitana e la Regione Campania.

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