Il Maione, poi scrive nel 1703: fà per arme tre montetti con tre piedi di cerque (querce) con le ghiande d’oro

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BREVI CENNI SUL PATRIMONIO STORICO, ARTISTICO, CIVILE E RELIGIOSO

Somma Vesuviana, la ridente cittadina alle falde del versante settentrionale del Vesuvio, che dista circa 15 km da Napoli, sorge nel cuore del Parco Nazionale del Vesuvio e rappresenta, per le peculiarità storiche e naturali del territorio, una delle città di spicco di tutta l’area vesuviana. Confina con i paesi di Sant’Anastasia, Brusciano, Ottaviano, Pomigliano e Marigliano.
La blasonatura dello stemma cittadino raffigura uno scudo sannitico in campo azzurro dove risalta al naturale un monte con tre cime sormontate da tre querce con ghiande d’oro. In araldica la corona turrita richiama il distintivo di Città; il campo azzurro simboleggia la fedeltà e la nobiltà d’animo; le tre querce secolari sono espressioni di forza e valore; le ghiande d’oro esprimono la potenza, il tricolle al naturale, infine, rappresenta la sua montagna.
Sotto lo scudo vi è una doppia fronda, unita da un nastro rosso; a destra (a sinistra di chi guarda) fronda di alloro fogliata al naturale, fruttifera di rosso e a sinistra (a destra di chi guarda) una fronda di quercia fogliata e ghiandifera al naturale.
Di questa terra, ricca di storia e di memorie, si sono interessati non solo studiosi locali nel corso dei secoli, come l’abate Domenico Maione e Augusto Vitolo Firrao e specialmente nel secolo scorso, Alberto Angrisani e Ciro Romano, ma anche diversi storici, come Candido Greco, Ernesto Pontieri, Giuseppe Galasso e Giuseppe Camodeca e scienziati e geologi, come Claudia Principe, Mauro Rosi, Roberto Santacroce e Alessandro Sbrana (cit. Enrico Di Lorenzo).

I SINDACI DI SOMMA VESUVIANA DALLA UNITA’D’ITALIA ALLA REPUBBLICA – clicca sopra

I SINDACI DI SOMMA VESUVIANA DALL’AVVENTO DELLA REPUBBLICA AD OGGI – clicca sopra

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Nel De officiis di Cicerone si narra del Console Quinto Fabio Labeone che, inviato a dirimere le controversie territoriali tra Napoli e Nola, assegna a Roma quel pezzo del territorio neutro fertilissimo alle falde del Vesuvio, dove poi sorgeranno i primi insediamenti romani e successivamente Somma. Il prof. Mimmo Parisi, nelle sue ricerche apparse su diverse riviste storiche, ha avanzato l’ipotesi che l’inviato dal Senato di Roma per dirimere la questione non poteva essere il Console Quinto Fabio, impegnato in quell’anno nella guerra contro i Galli, ma il pretore pellegrino Caio Atinio Labeone nel 195.a.C. Quel territorio conteso si sviluppò rapidamente:il panorama incantevole, la salubrità dell’aria, la mitezza del clima, la lussureggiante vegetazione, la squisitezza dei suoi frutti, fecero di quell’insediamento una sorta di polo di delizie verso cui affluirono, nel corso dei secoli, regnanti, cortigiani, nobili e patrizi, uomini di cultura e borghesi del mondo intellettuale, agrario e commerciale, per regalarsi periodi di riposante villeggiatura (fonte Cocozza G.).

Numerosi sono, quindi, gli insediamenti di epoca romana rinvenuti nelle nostre zone; di notevole interesse architettonico è quello relativo ai ruderi della cosiddetta Villa di Augusto, individuata negli anni trenta in località Starza Regina. La villa si estende su una superficie presunta di circa 20.000 mq., prefigurando l’esistenza di un complesso costruttivo di rara grandezza e particolare pregio. Il nucleo architettonico portato alla luce risale agli inizi del II secolo d.C. e si articola su due livelli impreziositi da stucchi, statue, marmi, dipinti e tendaggi dei maggiori artisti dell’epoca. Attualmente gli scavi condotti riguardano un’area totale di circa 6000 mq di cui solo una parte di 2500 mq è stata eseguita, ma con risultati di grande importanza. Il ritrovamento di importanti siti archeologici romani inducono a pensare che patrizi romani, di alto rango, venissero a vivere pigre giornate luminose di sole e a guarire le loro infermità con l’aria buona del posto.

Nell’anno 536 dell’era volgare Belisario, dando speciali privilegi, ordinò che le famiglie di Somma e di altre città dovevano andare a ripopolare Napoli (Paolo Diacono, Historia Miscella). In epoca angioina Somma, insieme ad Aversa, Pozzuoli e Torre del Greco, era una delle città più importanti di Terra di Lavoro; nel 1320, infatti, Somma è la quarta città, dopo Napoli, nel giustizierato di Terra di Lavoro e Contado di Molise (una specie dell’attuale Provincia), per l’entità della tassazione di once 117.
Un primo documento scritto, che attribuisce alla Terra di Somma le qualità di luogo di svago e di cura, è un diploma di Carlo d’Angiò. Quando gli Angioini nel 1268 arrivarono a Somma, dopo aver sconfitto Corradino di Svevia, si accorsero che la località, dal punto di vista strategico militare, era una buona roccaforte. Gli eserciti, infatti, che arrivavano da est, dalle Puglie o risalivano dal sud – non dal lato costiero ma dal lato interno – dovevano passare per Somma. La città era inoltre dotata di una grande protezione naturale: la montagna. L’arce normanno, dove oggi insiste il Santuario di S. Maria a Castello, era inespugnabile. Già i Normanni – riferisce il Dott. Russo Domenico – quando nel 1140 conquistarono Napoli, si stabilirono con la loro cavalleria in quel castello. Oltre all’importanza strategica, la città si distingueva soprattutto per la sua preminenza economica. Carlo I, fra le prime disposizioni, chiese all’architetto francese a Pietro di Chorus di ristrutturare il castello di Somma per permettere ai suoi nipoti di irrobustirsi fisicamente nelle selve della montagna. Un innamoramento quello degli Angioini, ma in realtà anche una scelta obbligata: Carlo I d’Angiò legherà la terra di Somma anche a livello feudale solo ed esclusivamente alla casa regnante. Quando poi deciderà di cedere Somma al marito di una sua nipote, i cittadini si rivolteranno e si rifiuteranno di essere infeudati, se non dalla casa regnante. Successivamente con Giovanna I, Giovanna II e re Roberto Somma Vesuviana divenne – continua Russo – la Versailles di quegli anni.
Ai tempi di Giovanna I d’Angiò vi erano numerosi nobili dei sedili di Napoli che possedevano feudi in Somma, tra questi ricordiamo: Landulphus Minutulus dictus Sclavus, Philippus de Ughot, Ioannes Caraczolus filius dom. Delfinae, Petrus et Ioannes Pignatellus e Iacobus de Costantio (Tutini, origine de’seggi, 132). Fin dall’epoca angioina, Somma Vesuviana appartenne soprattutto ai membri femminili della famiglia reale. In particolare ricordiamo Maria d’Ungheria, moglie di re Carlo II d’Angiò, che governò Somma dal 1294 al 1323, Maria di Valois, moglie dell’erede al trono Carlo d’Angiò duca di Calabria nel 1333, la sopra citata regina Giovanna I d’Angiò a partire dal 1343 e, in periodo aragonese, Lucrezia d’ Alagno, favorita di re Alfonso, dal 1456 e Giovanna III alla quale il feudo di Somma fu assegnato nel 1485, a seguito della morte del precedente titolare, il cardinale Giovanni d’Aragona, figlio di prime nozze di Ferdinando I (Domenico Parisi).
Lo storico Benedetto Croce riferisce, nella sua opera Storie e leggende napoletane, che il figlio primogenito di Luca Sanseverino, Girolamo, secondo principe di Bisignano, fu giustiziato nel 1487 in seguito alla congiura dei baroni nelle segrete di Castelnuovo. Era sposato con Giovannella Gaetani dell’Aquila da cui nacque Bernardino, il quale fu terzo principe di Bisignano. Quest’ultimo sposerà Eleonora Todeschini Piccolomini. Bernardino, grazie alla risolutezza della madre Giovannella fuggita in Francia con i figlioletti dopo la morte del marito, rientrò nel regno con Carlo VIII dopo otto anni. Re Carlo, infatti, lo reintegrò nei suoi stati. Bernardino combatté in più fazioni, nel 1495 e 1496, contro le schiere di Ferrandino (Ferdinando II di Napoli), finché volgendo a rovina le cose di Francia, accettò di abboccarsi col re aragonese a Somma.

Gonfalone della Città

Gonfalone della Città

Il 3 ottobre del 1586, considerata data particolarmente significativa per la storia della città, il conte di Trivento G. Geronimo d’Afflitto e il procuratore dei Sindaci di Somma e dei suoi casali firmano l’istrumento di riscatto. La somma versata dall’Università per il riscatto della città non fu di 112.000 ducati (come avrebbe dovuto essere), ma di 75.000 (ASN, Notai del XVI secolo, Notaio Consalvo Calefato, 3 ottobre 1586). Forse per questo motivo o anche perché, probabilmente, le condizioni economiche della città non si rivelarono all’altezza, in quello stesso anno la città rivendette allo stesso conte di Trivento tutti i suoi corpi feudali (ASN, Cedolari,1, f.69 v.). Nel 1591 Donna Cornelia de Lannoy, vedova del conte D’Afflitto, cedette Somma e i suoi casali a Camillo Caracciolo, principe di Avellino il quale, nel 1596 lo donò ad Antonio de Cardona y Cordoba (ASN, Cedolari,1, f.69 v.). Diversi documenti dell’Archivio Storico, Cedolari, Relevi ed altro (ASN, Spoglio delle significatorie dei relevi, 17, ff. 35,256 v.366; ASN, Cedolari,1, f.223.) testimoniano che la città di Somma è rimasta infeudata ai de Cardona fino al XVII sec. Quindi i dati forniti dalla documentazione feudale – riferisce il prof. Domenico Parisi – non coincidono con quanto afferma Giustiniani, secondo il quale dal 1586, dopo essere ritornati in demanio, la città e i suoi casali non sarebbero più stati infeudati. Tale discrepanza, che lascia quanto mai perplessi, risultava già in Domenico Maione e, purtroppo, è stata continuamente ripresa e mai aggiornata.
Secondo quanto narra una inedita cronachetta del tempo, tramandata da un appartenente della famiglia Figliola, il 3 ottobre 1586 nell’attuale Largo Portaterra il Capitano della Terra di Somma consegnò le chiavi della città al governatore e ai tre sindaci della città, simbolo dell’avvenuta liberazione dal servaggio feudale per virtù e sacrificio del popolo che raccolse i sopracitati ducati per liberarsi dal feudatario.

Tre anni dopo, nel 1589, Giovan Vincenzo Capograsso e Grandonio Piacente dettarono le nuove regole per il governo locale (Universitas civium).
Questa struttura amministrativa rimase invariata dall’epoca del riscatto della feudalità fino all’arrivo di Giuseppe Bonaparte il 30 marzo 1806; infatti, con la legge n° 131 dell’8 agosto 1806, il Parlamento Cittadino fu sostituito con un nuovo organo collegiale denominato Decurionato, composto di 22 proprietari locali, che possedevano una determinata rendita e scelti dalla lista degli eleggibili. La nuova struttura prevedeva la soppressione della carica del Regio Governatore e al posto dei tre Sindaci un solo Sindaco, che, oltre ad essere il legale rappresentante della cittadinanza, amministrava gli affari comunali coadiuvato da altri due amministratori chiamati 1° e 2° Eletto.
Con l’Unità d’Italia l’architettura amministrativa del governo locale cambiò nuovamente assetto. La rappresentanza cittadina, stavolta, prese il nome di Consiglio Comunale, i componenti – venti all’epoca – venivano eletti da un ridotto numero di cittadini, iscritti nelle liste elettorali in base al criterio censuario e culturale. Il Sindaco, invece, amministrava il paese affiancato da un nuovo organo esecutivo denominato Giunta Municipale.

OMAGGIO A SOMMA VESUVIANA

Gli antichi quartieri della città, Casamale seu Terra, Margherita e Prigliano avevano avuto fino all’inizio dell’Ottocento anche una funzione amministrativa, nel senso che essi eleggevano i 40 deputati dell’Università (governo locale) ripartendoli tra loro rispettivamente in 20 Casamale, 10 Margarita e 10 Prigliano. Ai quartieri si aggiungevano già dal 1326 gli antichi Casali che a quel tempo erano gli attuali Comuni di Sant’Anastasia, Pollena Trocchia e Massa (di Somma). Appartenevano amministrativamente a Somma anche il Casale di Pacciano, attuale frazione della Città di Pomigliano d’Arco e il quartiere di Napoli, Ponticello (Ponticelli in seguito) come attesta un altro documento della cancelleria angioina (fonte Domenico Russo). Tra gli storici sommesi ricordiamo l’abate Domenico Maione, che nel 1703 pubblicò la sua Breve descrizione della regia città di Somma, Napoli, per Antonio Solofrano, con una tavola in incisione lignea rappresentante Somma in prospettiva, molto originale e curiosa. Il Reverendo Maione, utroque iure, teologo e protonotario apostolico, fu un minuto ricercatore di notizie di Somma.

Somma e Contorni: Tavola del XVII sec. conservata nell'Archivio di Stato di Napoli

Somma e contorni: Tavola del XVII sec.conservata nell’Archivio di Stato di Napoli


Il quartiere denominato il Casamale, come traslazione della famiglia Causamala o Malo, è presente a Somma sicuramente – come abbiamo già sottolineato sopra – già nel 1326 come aggregazione urbana insieme agli altri quartieri Margarita e Prigliano. Lo storico locale Domenico Russo ritiene che nel 1253, quasi un secolo prima che venga attestata l’esistenza del quartiere Casamale, esistono già documenti che attestano l’esistenza di un toponimo, il borgo, che corrisponde all’area intorno alla Chiesa di San Giorgio Martire, insieme a quelle di Santa Croce e di San Michele Arcangelo, che andranno a formare il quartiere Prigliano. Russo conferma, inoltre, che è dimostrabile che il Casamale nel XIV secolo non era affatto ritenuto dai contemporanei quale sinonimo della Città di Somma. E’ facile che anteriormente a questa data il primo nucleo medievale era situato in prossimità della antica parrocchia di San Lorenzo, ora inesistente, nella località dove attualmente insiste via Santa Maria delle Grazie a Castello, ma non si esclude che ancor più precedentemente un piccolo insediamento possa essersi formato intorno alla rocca o arce normanna, di cui oggi possiamo intravedere qualche residuo murario al di sotto del Santuario di Santa Maria a Castello. Il quartiere Casamale si caratterizza al suo interno per l’articolata rete di vicoli stretti e per gli edifici a cortina in pietra lavica; degni di nota sono il portale durazzesco – catalano del Palazzo Secondulfo (XV secolo), il Palazzo Sirico (XV e XVII secolo), il Palazzo Orsini e Colletta (XV e XVII secolo), la Chiesa delle Alcantarine o di Gesù Bambino (XVII secolo), la Chiesa di San Pietro di leggendaria memoria e numerosi altri caseggiati caratterizzati da elementi architettonici dei secoli scorsi. Famosa anche per le sue quattro porte: Porta della Terra, Porta Piccioli, Porta del Castello e Porta Formosi. Quest’ultima porta prendeva il nome da un’antica famiglia estintasi nel Seicento, attualmente esiste ancora l’apertura, ma si è persa la parte muraria.

CRIPTA DELL’ARCICONFRATERNITA PIO LAICAL MONTE DELLA MORTE E PIETA’

Di grande impatto, per l’importanza dell’aspetto, sono i palazzi costruiti tra il cinquecento e il settecento, che sorgono sull’antica piazza del borgo e su via Casaraia come Palazzo Giusso, Palazzo Mormile Duca di Campochiaro, la Certosa di San Martino (Palazzo Principe di Gerace) e Palazzo De Felice (poi Alfano de Notaris). Il palazzo della Resina con il suo circondato è forse la più rappresentativa e meglio conservata, nonostante il frazionamento della proprietà, fra le masserie di Somma. Insediamento antichissimo, per essere sorto al fianco delle chiese, in origine forse benedettine, di S. Maria del Pozzo, deve il suo aspetto attuale, probabilmente a Don Marcello Carafa, che qui nacque e probabilmente vi morì, in qualità di Reggente della Vicaria.
Fuori dalle mura della cittadina si scorgono le monumentali opere erette o ristrutturate dagli Angioini (l’Arx Summae, il Convento e Chiesa di San Domenico o San Giuseppe, la Starza Regina e la Masseria di Madama Fileppa), dagli Aragonesi (le Mura del Borgo medioevale e il Convento e la Chiesa di S.Maria del Pozzo) e da famiglie nobili (Caracciolo, Carafa, Pappacoda, Minutolo, Mormile, Filangieri, Cito, Filomarino, de Gennaro, Vitolo e così via) trasferitesi nella cittadina a seguito dei Reali (la Masseria Resina, la Masseria del Duca di Salza, e la Masseria Malatesta).

Un discorso a parte merita la Chiesa di San Domenico e la sua istituzione. Il Dott. Mimmo Russo ci riferisce nelle sue approfondite indagini storiche che tutti ancora oggi scimmiottano una citazione dello storico di Somma, Alberto Angrisani, che nel 1928 scrisse: 1294 – Re Carlo II fa edificare la chiesa ed il convento di San Domenico (reg. ang. 1294 M,f 111).

Complesso monumentale San Domenico

In realtà il documento citato sopra ci chiarisce solo della donazione ai Padri Domenicani a Somma della masseria del Campo Dopnico. Saremmo quindi rimasti a questa datazione se lo storico Giorgio Cocozza nel 1997 non avesse trovato nell’Archivio di Stato di Napoli e precisamente nella sezione Monasteri Soppressi, tra le carte del Convento di Somma là conservate, un appunto del 1590 dove è scritto che già intorno al Mille esisteva un Convento dei Benedettini con la chiesa annessa intitolata a Sant’Onofrio (ASN, Monasteri soppressi, vol. 993,f 409). Successivamente nel 1292 Papa Nicola IV concesse il convento antichissimo ai Domenicani e pochi anni dopo Carlo II donò la masseria del campo Dopnico allo stesso ordine che ristrutturò di fatto quell’insediamento religioso già esistente, probabilmente con l’intitolazione a Santa Maria Maddalena. E’poi noto che Carlo II d’Angiò fu catturato dagli Aragonesi e dai Siciliani e che per grazia ricevuta dalla liberazione aveva fatto voto di costruire dodici conventi dedicati a S.Maria Maddalena. Recentemente come è stato riportato dal Padre Domenicano Gerardo Cioffari nel 1993, molte di queste dedicazioni erano solo delle ristrutturazioni. Comunque l’attuale campanile – come riferisce Domenico Russo – non è angioino e fu completamente rifatto nel 1466 da un architetto nell’età aragonese, tale Parmezio Marinis, a seguito di un devastante terremoto di qualche anno prima.

Sulla fondazione, invece, del Convento della Madonna del Carmine di Somma ebbe un ruolo rilevante il napoletano Alfonso Zozo, Maestro e Dottore in Teologia. Nel 1550 divenne Priore del Convento del Carmine di Napoli e due anni dopo Priore della Provincia di Napoli e Basilicata fino al 1555. A lui si deve il Monastero di Somma come riferisce il Padre Maestro Carmelitano Mariano Ventimiglia nella sua opera intitolata Degli Uomini Illustri del Regal Convento del Carmine Maggiore di Napoli, Napoli, 1756: in questa Città (Somma) circa l’anno 1530, fu edificato il Convento del Carmine, in un luogo consistente in alcuni giardini e case, fin dall’anno 1470 fu donato al Carmine di Napoli da Donna Carmosina Cicinelli, Dama Napoletana, alla cui fondazione concorse il nostro Alfonso, non solo colla sua industria e fatica, ma anche con proprio denaro e ne fu Priore per lo spazio di quindici anni.
Giovan Battista de Lezana nel tomo IV degli Annali dell’Ordine Carmelitano riferisce che già nell’anno 1507 vi era in Somma un Convento Carmelitano, e che era Priore e Vicario generale il Carmelitano Padre Luca Matteo Caracciolo. E’ facile che l’antico Convento del 1507 fu abbandonato successivamente dai Padri Carmelitani per stabilirsi nella nuova struttura edificata nel 1530, ma pare pure presumibile che la nuova struttura potesse essere una riedificazione della vecchia. Certo è che da un libro d’esito del 1530 che si conserva nell’Archivio del Carmine di Napoli, si legge: Spese fatte al Priore del nostro Convento (cioè di Napoli) e quello del Convento dì Serino, che andarono con quattro altri Frati a pigliar possesso del Convento presso Somma.
Il Convento, fin dalla sua origine, fu Grancia soggetta al Convento del Carmine di Napoli; ma nel 1725, insieme agli altri, passò alla nuova Provincia Napoletana.

Altra illustre famiglia,I Figliola, possedeva un prestigioso palazzo dietro la Collegiata e abbiamo notizie della loro presenza sin dal 1026 (Capasso, Monumenta…,Reg.407). Il 15 marzo 1719 il Rev. D.Antonio Figliola, Parroco di San Giorgio, si spense e lasciò tutto il suo patrimonio al Convento di San Domenico (ASN, Monasteri Soppressi, vol.1786). Diversi membri di questo illustre casato ebbero pubbliche cariche nella nostra città.
Una curiosità: il nome di Madama Filippa (detto dal popolo Fileppa per il frequente scambio tra loro della i ed e) è dovuto alla siciliana nutrice di Giovanna I d’Angiò, Filippa di Catania, che sposò Raimondo de Cabannis. Giovanna, sin dalla morte del padre Carlo d’Angiò detto l’Illustre (1298-1328), divenuta signora di Somma (Minieri Riccio, Studi sopra 84 registri, pag.67 che cita un registro angioino ora distrutto) donò alla sua nutrice in feudo Starcie site in terra Summe que fuit q.am Magisteri Joannis de Grissiaco (Minieri Riccio, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini, pag.134). Storici e letterati quali Sannazzaro, Pontano, il Caro, Di Costanzo, Summonte, Colletta, Ingarrica diventarono nel corso del tempo nomi comuni della città di Somma. Iacopo Sannazzaro, in particolare, venne in Somma nel 1527 e vi rimase per quell’anno e parte del successivo sino a quando i soldati del Conte di Lautrec non invasero le contradi sommesi; egli era entusiasta della nostra città e soleva affermare che Somma era la perfetta immagine dell’Arcadia col bicipite Parnaso. Fabricio Luna, umanista e grammatico del ‘500, pubblicò nel 1536 in Napoli, per i tipi di Giovanni Sultzbach il Vocabulario di cinquemila vocabuli toschi non men oscuri che utili e necessarj del Furioso, Bocaccio, Petrarcha e Dante nuovamente dichiarati e raccolti da Fabricio Luna per alfabeta ad utilità di chi legge, scrive e favella, nel quale parla di Somma, affermando che non c’è paese al mondo di più temperante aere. Raimondo di Sangro (1710 – 1771), VII Principe di San Severo, personaggio napoletano noto per le sue alchimie e per il suo Cristo velato, abitò per alcuni mesi del 1763 nella nostra città per scontare una detenzione tramutata in domicilio.

Tanti personaggi, che riscontriamo in documenti relativi alla storia di Somma, hanno avuto grande risonanza nella storia del Regno di Napoli e tra questi ricordiamo Nicola Spinelli, massimo giudice di Carlo I d’Angiò, il marchese Gaetano De Felice, grande figura di letterato e giornalista clericale della fine dell’Ottocento, il Generale Angelo D’Ambrosio, militare amico di Murat e buon conoscente di Napoleone, S.E. Michelangelo Cianciulli, ministro della giustizia di Murat e infine Don Baldassare Cito, presidente del Sacro Regio Consiglio nel 1763. La Città di Somma è entrata anche nella storia della vita del principe d’Elboeuf, Emanuele Maurizio di Lorena, ricordato negli annali come il primo scopritore delle antichità ercolanesi, proprietario della splendida e celebre Villa d’Elboeuf di Portici. Il principe franco-austriaco, infatti, sposò la sommese Maria Teresa Strambone, figlia unica di Girolamo, Duca di Salsa, abitante nella Terra di Somma nel luogo detto la Villa. Il matrimonio fu celebrato il 9 ottobre 1713 nella parrocchia di S.Sofia nella Chiesa di Santa Maria Maggiore di Napoli. (ASNA, Notaio A. De Martino, 582/49, f. 173, Capitoli matrimoniali, 14 e 16 ag. 1713; Borrelli, in Napoli Nobilissima, 31, 1992, p.64).
In vari diplomi angioini si incontrano nomi di famiglie ebraiche abitanti in Somma nel Duecento e Trecento. Lo storico degli ebrei del Mezzogiorno, Dr. Nicola Ferorelli (Gli Ebrei nell’Italia meridionale dall’età romana al secolo XVIII, Torino, 1915), esplicitamente afferma che in Somma nel sec. XV vi era una fiorente colonia ebraica nell’antichissimo quartiere Giudecca. Non mancano opere pittoriche di pregio a corredo delle numerose fabbriche religiose e degli oratori privati sparsi in tutto il territorio, consistenti in preziosi affreschi dell’XI e XIV secolo e tele del XVI, XVII e XVIII secolo. A tal riguardo ricordiamo Jacopo Parmese, pittore stimato di Somma nel 1400, che insieme con Galvano da Padova affrescò il palazzo della Duchesca a Napoli (Filangieri G., Documenti per la storia, le arti e le industrie delle province napoletane, Vol.IV, pag.252).

Pianta della Città di Somma (1799 - 1800) di Luigi Marchese

Pianta della Città di Somma (1799 – 1800) di Luigi Marchese

L’aneddotica storia sommese ci ha tramandato, inoltre, il passaggio nella nostra Città di svariati Santi, a partire da San Pietro, San Gennaro, San Sossio e chissà quanti altri! Ma si tratta di aneddotica e non di storia! Un Santo che, invece, certamente è passato per Somma è San Giuseppe Calasanzio (1557-1648), fondatore della Congregazione dei Chierici regolari poveri della Madre di Dio delle scuole pie (detti scolopi), che soggiornò brevemente in queste contrade tra l’ottobre e il novembre del 1627. Dalle note al processo di beatificazione di San Giuseppe Calasanzio, scritte dal padre dello stesso ordine Vincenzio Talenti, apprendiamo che ben due nostri antichi concittadini furono miracolati, a distanza di tempo, dal futuro Santo (fonte Domenico Parisi). Tanti Santi protettori, inoltre, si sono succeduti nella millenaria storia del paese: San Sebastiano (1649), Madonna del Rosario (1649), Beata Vergine di Castello (1660) e infine il glorioso San Gennaro, Vescovo e Martire (1858). All’epoca a Somma viveva un piccolo esercito di religiosi: erano circa una sessantina i preti secolari; altre decine di monaci e monache popolavano i numerosi Conventi locali. Vi erano anche illustri Vescovi nativi di Somma: Gian Michele De Rossi, dell’ordine Carmelitano, nato a Somma nel 1583 e morto nel 1638, nominato Vescovo di Minervino in Puglia e pochi mesi dopo, l’11 (14) aprile dello stesso anno, trasferito nella sede vescovile di Alife; Giovanni Leonardo Bottiglieri, Vescovo di Lettere dal 1591 alla sua morte nel 1599; Fra’Michele (Marcello Bologna), Teatino dei Duchi di Palma, nato a Somma nel 1647, Vescovo di Isernia e dal 1701 di Amalfi; Antonio Maria Carafa, nato a Somma Vesuviana il 1° gennaio 1682, entrato nell’Ordine dei Teatini, fu ordinato nel 1706 e nominato Vescovo di Avellino e Frigento, oltre alla celebrazione di un sinodo, ebbe cura soprattutto del Seminario e della Cattedrale. Morì a Napoli il maggio 1745 e fu sepolto nella Chiesa di S. Paolo Maggiore. Nella Vita del gloriosissimo Padre Santo Agostino, Vescovo e Dottore di S.Chiesa di Cesare Benvenuti e José Maria Fonseca de Evora si cita – come riferisce il Prof.Domenico Parisi – un Vescovo Silvano, sommense, Decano e Primate della Numidia e, a pagina 421, si riporta ancora un altro Vescovo, Felice di Zomma, ovvero di Somma, nel 411 d.C..

Il circuito sacro del paese comprendeva nel Settecento numerosi luoghi di antica memoria: la parrocchia di San Lorenzo, la Chiesa Collegiata sotto il titolo di S.Maria la Sanità; Ospedale e Chiesa della Pace; Chiesa e Convento dei Monaci Carmelitani; Parrocchia di San Pietro; Parrocchia di San Giorgio con annesso ospedale di Santa Caterina; chiesa e convento dei Padri Domenicani; cappella di Santa Maria delle Grazie; parrocchia di S.Michele Arcangelo o dell’Angelo; parrocchia di Santa Croce. Tre conventi gestiti dagli Eremitani di Sant’Agostino erano distribuiti in questo modo: un convento, detto Tutti i Santi, era ubicato alla fine di via Piccioli; un altro allo Spirito Santo di fronte all’attuale Cappellina Troianiello; il terzo convento, come riferisce Domenico Maione, dove è ubicata la Collegiata. I sommesi, tutti o quasi tutti, erano associati a una o più confraternite e pie unioni. Quindi processioni non ne mancavano sul territorio. Un esempio calzante della religiosità popolare si osserva nel numeroso patrimonio di edicole votive sparse per l’intero territorio e si riscontra subito da una loro analisi che esse sono quasi tutte dedicate alla Madonna sotto vari aspetti (Rosario, Carmine, Immacolata, Addolorata e Castello), quali diretta conseguenza dell’azione pastorale e della predicazione dei Padri Domenicani, Carmelitani, Francescani, Eremitani, clero locale e così via. Sul finire del ‘700 la Città Regia di Somma, in base alle statistiche dell’Abate Sacco Francesco del 1795-96, contava 7127 abitanti. Era famosa per la produzione di frutti saporiti, vini generosi, olio e gelsi per seta. L’Insigne Collegiata, sotto il titolo di Santa Maria Maggiore, era servita da tre Dignità, da nove Canonici, da un Sacrestano, da tre Ebdomadari (che si occupavano a turno del servizio liturgico) e da sei Chierici beneficiati. Il Prof. Parisi Domenico ci chiarisce che la chiesa di Santa Maria della Sanità, scelta poi per diventare Collegiata nel 1600, era gestita dagli Eremitani di Sant’Agostino fino al 1594; successivamente, dopo la scissione dell’Ordine tra Eremitani e Agostiniani Scalzi, la guida passò a quest’ultimi che la tennero fino al 1608. Nell’anno 1656 Somma, come tutte le province del Regno di Napoli, fu colpita da una violentissima pestilenza …che fece inorridire i contemporanei (e) trasmise spaventose tradizioni… . A Somma il morbò portò nella tomba 178 persone, che furono così sepolte: 80 nella Chiesa di San Giorgio, 30 nel Convento di Tutti i Santi, 28 nel Convento di Spirito Santo, 22 in San Lorenzo, 3 in San Domenico, 1 in Santa Maria del Pozzo, 1 in Santa Maria del Carmine, 1 nella Collegiata, 2 fuori dalla sua porta e 4 in aperta campagna. I conventi annessi alle Chiese di Tutti i Santi e dello Spirito Santo, appartenuti agli Eremitani di Sant’Agostino, furono soppressi nel 1653 con bolla di Papa Innocenzo X, perché le loro entrate non erano occorrenti a mantenere le due comunità monastiche.

Esistevano in città otto confraternite laicali sotto i titoli del Sacramento, dell’ Immacolata Concezione, del Rosario, del Carmine, di Santa Maria della Neve, di Santa Caterina, di Santa Maria de’ Battenti e dei Morti.

LE CONFRATERNITE SOMMESI in www.confraternite.it clicca sopra per accedere nel sito.

La rivista trimestrale n° XXIV Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, pubblicata a Torino nel 1907, ci fornisce una insolita descrizione di queste confraternite e dei loro membri:

A Somma Vesuviana, vi è invece un continuo via vai di piccole processioni di confrati. Sono popolani coperti da un lungo camice bianco, con cappuccio che scende sulla faccia e lascia solo due buchi innanzi agli occhi per orizzontarsi: è il costume delle confraternite che accompagnano i morti al cimitero. Precede uno di questi frati, sorreggendo una gran croce. E tutti si battono il petto fortissimamente. Guai a mettersi sulla loro strada, guai a tentare di passare sulle loro file. Chi li incontra ha il dovere di fermarsi finchè non siano sfilati. Se lo dimentica, da sotto le tuniche si levano nodosi bastoni per punirlo, e, ove, i bastoni non bastassero, ci sarebbero i coltelli. Sempre vi sono, intanto le bestemmie. E’il rovescio della medaglia, è il lato comico.

A Somma, si ricorda un clamoroso episodio di fucilazione, senza regolare processo, ad opera del capitano Federico Bosco dei Conti di Ruffina. In data 23 luglio del 1861 alle ore 15, nei pressi del largo Mercato (forse Cupa San Giorgio), oggi piazza Vittorio Emanuele III, sei cittadini di Somma furono fucilati dai bersaglieri senza uno straccio di processo:
Francesco Mauro fu Giuseppe, nato in Somma e domiciliato in Strada Castiello, impiegato civile. Ammogliato con Donna Lucia Pisante;
Giuseppe Iervolino fu Domenico, nato in Somma e domiciliato in Strada Persico, proprietario. Ammogliato con Donna Angela Rosa Perillo;
Angelo Granato fu Carmine, nato in Somma e domiciliato in Strada Ciciniello, proprietario. Ammogliato con Annamaria Granato;
Luigi Romano di Carmine, nato in Somma e domicilato in Strada Pigno, proprietario. Ammogliato con Vincenza Lanza;
Saverio Scozio di Nicola, nato in Somma e domicilato in Strada Castiello, proprietario. Ammogliato con Concetta Di Palma;
Vincenzo Fusco, nato in Somma e domiciliato in Strada Spirito Santo, contadino. Ammogliato con Pasqua de Falco.
La Giunta Comunale deliberò la somma di 26 carlini per la spesa del trasporto dei cadaveri al Cimitero.
Il Sindaco di Somma all’epoca era il Dottor Domenico Angrisani. Altri due fermati furono rilasciati in quanto religiosi. Un triste episodio per la nostra comunità, che ancora oggi si interroga, attraverso i suoi storici, su quegli efferati delitti commessi all’indomani dell’Unità d’Italia. È evidente che i piemontesi vollero a tutti i costi ristabilire l’ordine, ma rimane il dubbio se i sei fucilati fossero veri briganti oppure vittime di qualche resa di conti tra le potenti famiglie locali, divise ormai in due fazioni (foto della fucilazione per gentile concessione del Dott. Mimmo Russo).

Fucilazione Brigante (coll. D. Russo)

Intanto dopo l’emanazione del R.D. n° 941 del 23 ottobre 1862, con il quale si assegnava una nuova denominazione al Comune di Somma Lombardo, anche il Consiglio Comunale della nostra Città, con delibera del 31 ottobre del 1862, chiedeva l’autorizzazione al cambiamento della propria denominazione con l’aggiunta dell’aggettivo Vesuviano. L’autorizzazione fu concessa con Regio Decreto n°1196 del 4 gennaio del 1863 ed ebbe effetto con la registrazione alla Corte dei Conti del 6 aprile del 1863. Con il trascorrere del tempo l’aggettivo iniziale venne tramutato nel femminile Vesuviana per concordanza con il nome della Città, senza che fosse intervenuto nessun decreto in merito.

Spirito guerriero e trattatista storico fu il concittadino Alberto Angrisani (1878 – 1953): proveniente da una rinomata famiglia di estrazione borghese, conseguì una discreta formazione umanistica, interessandosi di storia, archeologia e arte, sebbene i suoi studi professionali lo spinsero all’epoca dapprima a laurearsi in medicina e chirurgia e successivamente in farmacia. Numerosi sono stati gli studi condotti da Angrisani e pregevole è la sua opera Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla città di Somma Vesuviana, Napoli, 1928. Il libro è una memoria scritta in pochi giorni, propriamente quindici, in difesa dell’autonomia della città. L’autonomia, infatti, fu salva. Volente o nolente – riferisce Jacopo Pignatiello – chiunque si accosti allo studio di Somma e dei suoi monumenti deve partire da questa ricerca molto accurata filologicamente. Un’altra opera che merita attenzione è Fasti di Somma scritta da Candido Greco nel 1974: un viaggio tra storia, leggende e versi poetici. Candido Greco avrebbe voluto fare il macchinista e il pittore, ma diventò insegnante e poi giornalista, ancora oggi seppure anziano vive la sua vita tra i libri e i suoi dolci nipotini.

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Particolare attenzione merita la Chiesa di Santa Maria del Pozzo, decretata Bene Nazionale d’interesse archeologico, situata nel territorio dell’omonima frazione, la quale forma, con l’annesso convento e la cripta, un complesso di particolare interesse storico, artistico e architettonico. La caratteristica di maggiore interesse del complesso religioso è rappresentata dalla stratificazione temporale e, di conseguenza, stilistica della struttura che va dall’epoca romana, alla quale risalirebbero alcuni ambienti della cripta, fino al periodo angioino. La costruzione della chiesa superiore e del convento risale al Cinquecento: fu Giovanna I d’Aragona, III di Napoli, già venuta a Somma il 28 agosto 1496 per consumare il suo matrimonio con Ferrandino d’Aragona (Giuliano Passero, prima pubblicazione della storia sotto forma di giornali ecc., p.105 e segg.), che nel 1510, rivolgendosi all’allora Vescovo di Nola Giovan Francesco Bruno, acquistò un vasto appezzamento di terreno con annessa una piccola chiesa dedicata alla Madonna del Pozzo. La sovrana fece realizzare un maestoso complesso religioso, poi donato ai frati francescani con il consenso di Papa Giulio II. La stessa sovrana istituì due importanti ricorrenze: una era la fiera del martedì in albis nel piazzale antistante il convento che durava otto giorni con la rilevante figura del magister nundinarum, che aveva la giurisdizione civile e penale per l’intera durata della fiera, sorvegliava sulle merci vendute e, al fine di evitare brogli, controllava prezzo, qualità, peso e misura, mettendo da parte addirittura l’autorità regia; l’altra disposizione contemplava, invece, per la nobiltà locale l’utilizzo delle mazze del Pallio nella processione del Corpus Domini (fonte Emanuele Coppola). La parte inferiore, che attualmente costituisce la cripta della chiesa, è formata da una serie di ambienti appartenenti ad epoche diverse e disposti su più livelli: alcuni elementi lascerebbero supporre la presenza di un tempo pagano, probabilmente di una antica villa rustica di epoca romana, con accesso nella zona più bassa del complesso chiamata Pozzo, dove si trova il prezioso affresco della Madonna del Pozzo. Il complesso è famoso anche per il notevole patrimonio letterario che ha custodito per secoli fino a quando, nel 1866, venne decretata la terza soppressione dei monasteri ad opera dei Savoia con le Leggi Siccardi.

Complesso monumentale S. Maria del Pozzo.

Il patrimonio della biblioteca monastica fu, quindi, affidato alla Municipalità Sommese con decreto prefettizio del 24 aprile 1869 e una cospicua parte verrà concessa alla Biblioteca Popolare, inaugurata il 2 novembre 1921, ad opera dell’Unione Magistrale di Somma Vesuviana. I libri, d’inestimabile valore, sono oggi ospitati presso la sede del I° Circolo Didattico che, unitamente all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e alla Biblioteca Civile di Raffaele Arfè, ha provveduto nel 1922 alla realizzazione del Catalogo del Patrimonio Librario in questione. Un’altra parte del patrimonio librario consistente in quattro manoscritti e cinque libri a stampa per uso liturgico, invece, è custodita dalla Municipalità nell’Archivio Storico Cittadino Giorgio Cocozza e attualmente sottoposta a un accurato restauro per conto della Direzione dei Beni Culturali di S.Maria del Pozzo d’intesa con la Sovrintendenza per i Beni Archivistici della Campania.
Di grande rilievo e ben inserito nel contesto conventuale è il Museo della Civiltà Contadina Michele Russo, che testimonia la ricchezza della cultura agricola locale e propone un percorso di conoscenza della realtà della zona dal tempo dei Romani ad oggi. Il convento di Santa Maria del Pozzo è ricordato, inoltre, perché ospitò parte dei profughi veneti e friulani in occasione della Prima Guerra Mondiale e, nel tempo, tanta infanzia abbandonata, che in quelle mura trovò sollievo alle proprie sofferenze.

Accanto agli aspetti monumentali, a conferire prestigio a Somma Vesuviana sono anche le numerose manifestazioni folkloristiche e religiose-popolari che affondano le loro origini nel passato più remoto, rappresentando una forte attrazione per l’intero territorio campano. La più importante è la festa del 3 maggio, detta anche O’tre a Croce, festa civile e religiosa antichissima. Nell’usanza gallese, a partire dal VII secolo, la festa della Croce si teneva sorprendentemente proprio il 3 maggio. Secondo l’enciclopedia cattolica, quando le pratiche gallesi e romane si combinarono, la data di settembre assunse il nome ufficiale di Trionfo della Croce nel 1963, ed era usato per commemorare la conquista della Croce dai Persiani, e la data del 3 maggio fu mantenuta come ritrovamento della Santa Croce da parte dell’Imperatrice Sant’Elena nell’anno 326. Non è un caso che nella vicina città di Ottaviano nello stesso giorno si tiene la processione di una Croce, in cui è incastonata una teca contenente due schegge della Croce Santa di Gerusalemme, che furono portate – secondo la tradizione – alla comunità ottavianese dal monaco Francesco della Pietra di ritorno dalla sua missione in Terra Santa al tempo delle crociate.

Aldilà delle ricorrenze cristiane questa nostra festa è caratterizzata dalle tradizionali paranze, compagnie di devoti che, accompagnate da gruppi di suonatori, per devozione alla Madonna del Castello raggiungono la vetta del Monte Somma.
Tutto è incentrato sul canto, una delle tante meraviglie che la natura ha offerto all’uomo, e se questo canto, poi, è rivolto a una bella figliola allora tutto si tramuta in fuoco e passione. Il fuoco che illumina durante le notti di maggio il Sacro Monte avvolto in miti e leggende e la passione che, invece, si trasforma in una dolce melodia che da sempre il solito cantatore con il coro dei devoti improvvisa sul sagrato della chiesetta sotto il sorriso della Mamma Schiavona. Un canto che viene da lontano, sillabico, la cui melodia è costruita sulla scala maggiore napoletana con suoni prolungati e fioriti. Un infinito canto d’amore che a maggio si sparge tra le valli profumate di ginestre e arriva pian piano sotto la finestra della donna amata con il consueto dono della “pertica”.Tra i canti del mondo contadino una particolare attenzione è rivolta anche alla fronna, una forma di canto senza accompagnamento strumentale, una sorta di recitativo operistico, che i contadini usavano per comunicare tra loro a grandi distanze, portando la mano alla guancia per amplificare il suono. Grazie alla buona trasmissione e alla leggerezza del suono le fronne furono utilizzate in seguito presso le finestre dei carcerati per comunicare notizie in codice o per trasmettere messaggi d’amore e di conforto. La fronna rimane, però, una tipica forma di canto che precede ancora oggi lo svolgimento della tammurriata, viene eseguita da un cantore solista che accompagna il suo gruppo fino al sagrato della chiesa, esaltando la devozione nei confronti di una delle Madonne più invocata del territorio.

Solenne e drammatica è la Processione della Addolorata con il Cristo Morto che si svolge il Venerdì Santo con la presenza delle quattro confraternite laicali: Arciconfraternita del Pio Laical Monte della Morte e Pietà (1650), Arciconfraternita del SS.mo Sacramento, Confraternita di S.Maria della Neve e Confraternita di S.Maria del Carmine o della Libera: il rito è così sentito che migliaia di fedeli accorrono in città per assistere allo svolgimento.

PROCESSIONE DELLA ADDOLORATA CON IL CRISTO MORTO

Un discorso a parte merita l’attuale Festa delle Lucerne: una solennità extra liturgica abbinata alla festa della Dedicazione della Basilica di S. Maria Maggiore, anche chiamata la festa della Madonna della Neve, che ripropone ogni quattro anni un antico rito agricolo – pagano propiziatorio e di ringraziamento. Festa, proposta in due edizioni negli anni ’50 del Novecento e successivamente ripresa negli anni settanta del Novecento, per molti aspetti unica in tutto il Meridione, il cui aspetto più caratteristico è dato oltre dalla presenza di centinaia di piccole lucerne ad olio disposte in alcune strade secondo una tradizionale e particolare coreografia, anche da un antico canto di nenia omofono, sciolto, a carattere melismatico, in tonalità maggiore, intonato a cappella dalle invisibili donne del luogo, durante la processione del 5 agosto della Madonna della Neve:
O Madonna della Neve /tu che aiuti i tuoi fedeli /i tuoi fedeli li puoi aiutare /O Regina della Pietà /tutte queste lucerne accese /O Regina della città /Ai piedi della Madonna /è caduta una bella stella /nel fulgore del sole ardente /cade la neve che la fa bianca (testo di Ginette Herry).
Le origini di questa festa, però, non ci sono note e nel corso degli anni tanti studiosi si sono cimentati con le loro riflessioni, proponendo varie teorie sull’origine. Nessun documento dell’archivio storico della Collegiata, nessun illustre storico del passato, ne tanto meno lo statuto antico della Confraternita della Neve, la cita. Probabilmente la sua origine sarebbe stata incerta, non dico un’invenzione, se non fosse intervento il nostro ricercatore di storia locale Giorgio Cocozza, che dai Ristretti degli esiti straordinari fatti dai Reverendi Priori del Convento di S. Maria di Costantinopoli o della Pace di Somma tra il 1755 e il 1760 trasse quanto segue:

Mese di agosto 1757
Si fa esito di grana cinquanta pagate per compra di carta per i lampioni ed oglio per li lumi fatti nella festa delle lucernelle;

Mese di agosto 1759
Si fa esito di carlini cinque pagati per compra di oglio ed altro servito per li lumi fatti per la festa della Madonna della Neve.

Queste importanti notizie, rinvenute nella busta 6594 dei fascicoli delle Corporazioni religiose soppresse dell’Archivio di Stato di Napoli, sono gli unici documenti finora che comprovano lo svolgimento di un’antica festa delle lucernelle in onore della Madonna della Neve, ma non attestano nient’altro. Tanti sono ancora gli interrogativi da sciogliere. Certamente in principio doveva essere era un’umile festa, cittadina o rionale, con le lucernelle che si comportavano, in un certo senso, come le moderne luminarie delle feste patronali. L’uomo, infatti, ha voluto sempre arricchire la festa di luci, di arredo e di gioia. Qualche studioso locale più riflessivo si è azzardato ultimamente a ipotizzare il coinvolgimento, in origine, di tutto il paese. Se così fosse si spiegherebbe anche la presenza delle lucerne nel vico Malacciso, posto extra urbem o extra moenia. Sicuramente la festa non veniva svolta il 5 agosto, poiché il Capitolo aveva la consuetudine di celebrare la festa della Dedicazione di Santa Maria Maggiore o della Neve nella seconda domenica di agosto con una grande processione della Vergine per la città. Resta tuttora aperto l’interrogativo sul perché non veniva solennizzata il 5 agosto, come stabilito dal Calendario liturgico.
Anche a Conversano, come a Somma, in occasione della antica festa e processione di San Rocco vi era un’illuminazione, che si direbbe ufficiale, composta di lucernelle, piccole lucerne di creta aperte sopra, che erano poste su regoletti di tavole, affisse ai muri (straelle), in forma di croce o triangolo o in qualche altra forma geometrica di facile esecuzione. A Somma, attualmente, vi sono tavole di legno che nell’occasione sostengono le lucerne in varie forme geometriche: in origine solo triangoli e quadrati e cerchi. Queste feste con fronde, legni e lucerne, erano frequentissime – come riferisce Domenico Parisi – nel Regno delle Due Sicilie tantoché, quando nel 1854 il Cav. Francesco Del Giudice, direttore del Corpo dei Pompieri della Città di Napoli, diede alle stampe il suo Manuale pratico per gli incendi, dedicò un intero capitolo alla loro accorta e prudente realizzazione, sottolineandole i rischi ed i pericoli connessi.
Il compianto Raffaele D’Avino ci conferma, in uno dei tanti suoi articoli apparsi sulla rivista Summana, che l’olio, detto o’ccisto, per alimentare le lucerne era in consegna alla Confraternita della Neve e veniva pagato per molti anni da rendite derivanti da alcune abitazioni in via Botteghe, ma non cita la fonte da cui proviene questa notizia. Poi tutto tace. Ecco che è subentrata in queste edizioni moderne, tutto ad un tratto, la fantasia popolare, l’invenzione, la scena, le figure geometriche, gli specchi, i fantocci, le zucche, le oche, la morte, l’acqua: una mescolanza di strani effetti che non aiutano, però, a darci una risposta decisiva sulla vera origine di questa festa. Comunque, fino a quando le certezze storiche non elimineranno queste contraddizioni, la festa rimane per la sua atmosfera magica una delle più suggestive della Campania e uno dei momenti più qualificanti di un quartiere dal glorioso passato.

Festa delle Lucerne 2015 di Raffaele Di Lorenzo on Vimeo.

La cittadina si distingueva, inoltre, per la produzione, fin dall’epoca romana, di frutta, vino e olio. Una conferma della fama della frutta locale è data da una vicenda tramandata da Carlo de Lellis in una delle sue opere: lo storico ci riferisce che l’imperatore Filippo V, durante il soggiorno napoletano nel maggio del 1702, dopo aver assaggiato la nostra frutta, pretese nei vari pranzi ufficiali che fosse servita solo ed esclusivamente quella della nostra città.

Tra la produzione d’eccellenza di questa generosa terra vi è l’albicocca: un frutto prelibato, localmente chiamata crisommola, destinato al consumo fresco, ma anche capace di trasformarsi in succo e polpa, in confetture e in buon sciroppo. Le più diffuse tipologie sono la ceccona, la palummella, la pellecchiella, la boccuccia liscia e spinosa. L’albicocco fu introdotto in Italia per la prima volta nell’area vesuviana e le prime tracce risalgono al IV secolo. Le prime trattazioni sistematiche risalgono al XVI secolo e sono dovute a Gian Battista della Porta, cui si deve anche la loro definizione di cisomele da cui deriva il termine dialettale crisommole. Questo frutto di Somma Vesuviana sbarcò anche negli Stati Uniti grazie allo studioso svedese Gustav Eisen (1847-1940): lo scienziato lo presentò con tutte le sue proprietà all’Accademia dell’Agricoltura Americana in California nel luglio del 1914.

Nei primi anni del ‘900 a Somma vi era una grande organizzazione del mercato delle mele annurche con tanti produttori, grossisti, prezzi, modi e mezzi di trasporto. Nel 1901 il Bollettino Nazionale dell’Agricoltura dedicò addirittura un lungo articolo al commercio di Somma Vesuviana. I più importanti produttori locali erano Baldassarre D’Avino, Michelangelo Raja e Michele Giuliano. Vi era, addirittura, anche una politica dei dazi adottata, nei confronti delle annurche sommesi, dall’Austria e dalla Germania. Il mercato di questo frutto, travolto dalla crisi dopo l’eruzione del 1906, fu salvato prima dai Ministri di Giolitti e poi dalla Grande Guerra (Prof. Carmine Cimmino).

In particolare la produzione del vino vanta origini antichissime, in quanto i primi vitigni furono quelli etruschi e poi quelli importati dalla Grecia, tra cui il Greco ed il Lacrima, detto più tardi Lacryma Christi del Vesuvio, il cui nome è legato alla leggenda che racconta del pianto di Cristo sulla vetta del monte Somma. Il vino Greco di Somma, in particolare, era conosciuto dal Cervantes, dal Tasso, dal Caro e dal Pontano.
Il vino di Somma infondeva anche forza e coraggio: nel 1633 Gómez Suárez de Figueroa y Córdoba, Duca di Feria, guidò un esercito formato da spagnoli e napoletani nella guerra germanica contro le truppe svedesi. Le cronache del tempo riferiscono che molti soldati napoletani, costretti a passare dal vino di Somma alla birra tedesca,dalla lagrima alla cervoza, lagrimavano la debolezza dello stomaco […] e quei che non ne morivano, soggiacevano almeno a grave infirmità, impossibile all’uso delle armi» (Maiolini Bisaccioni, 1634, rif. D. Parisi)

L’uva catalanesca di Somma è stata sempre famosa. Questo frutto deve il suo nome alla sua origine geografica: fu importata qui dalla Catalogna, da Alfonso I d’Aragona nel XV secolo, e impiantato sulle pendici del Monte Somma. Su questi fertili terreni vulcanici l’uva fu presto sfruttata per vinificare dai contadini vesuviani negli imponenti cellai delle masserie, dove ancora oggi è possibile trovare torchi che risalgono al ‘600. Negli anni venti del Novecento, i nostri contadini si erano tramandati un metodo di conservazione molto efficace, descritto all’epoca dal dottor S.C. Del Giudice, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura per la Provincia di Napoli. Quando arrivava il momento della potatura secca, i nostro viticoltori sceglievano un tralcio più vigoroso e lo propagginavano in un vaso di terracotta o, meglio, in un tinello di legno ripieno di terra. La base del tralcio si metteva nel vaso, mentre la parte libera usciva dal vaso e veniva attorcigliata a dei piccoli tutori, appositamente piantati nel vaso stesso, a forma di cupola o piramide. Il tralcio rimaneva attaccato alla vite, mentre il vaso veniva tenuto alla giusta altezza sorretto da appositi sostegni.
Durante l’estate, se il clima era molto secco, il vaso veniva innaffiato per mantenere il terreno sempre fresco e permettere l’attecchimento del tralcio. Così facendo il tralcio fruttificava come tutti gli altri e riceveva gli stessi trattamenti. Prima delle gelate invernali il tralcio veniva tagliato e separato dalla vite alla quale era attaccato e, rimanendo sempre nel vaso, veniva trasportato in un ambiente coperto e ben ventilato nel quale il contadino seguitava a praticare il diradamento degli acini guasti e ad innaffiare, di tanto in tanto. In questo modo i nostri viticoltori riuscivano a portare sul mercato di Napoli, durante la Pasqua, i famosi vasi d’uva che costituivano, per i napoletani, una vera meraviglia e per gli ingegnosi contadini Sommesi una fonte di guadagno non trascurabile, dal momento che ogni vaso, sul quale si potevano ammirare da un minimo di 7 fino a 15 e più grappoli, negli anni venti, veniva pagato tra le 30 e le 60 lire!(fonte D.Parisi).

Cospicua era nell’Ottocento la coltivazione del baco da seta. Il lavoro al telaio rientrava tra le più importanti competenze femminili in città come la filatura. Quando il lavoro dei campi non richiedeva la presenza femminile, era rilevante quella fornita dalla produzione di tessuti in lino, canapa, cotone e seta. Il prof. Domenico Parisi ci informa che nel 1872 nelle case sommesi vi erano ben 500 telai: un numero enorme se confrontato con le 17 fabbriche e i 200 telai di Portici, i 41 telai di Sant’Anastasia, i 29 di Pomigliano e i circa 40 di Ottaviano.

A pagina 220 del National Year Book, pubblicato a New York nel 1918 da C.S. Hammond & Company, Somma Vesuviana era annoverata tra le principali città del mondo.

Una notizia, tratta dalla Cronica di Napoli di Notar Giacomo, pubblicata nel 1845 a
Napoli dalla Stamperia Reale a cura di Paolo Garzilli, ci riferisce a pagina 271 che il 9 aprile del 1504 un frammento di asteroide colpì il territorio di Somma. L’autore così scriveva: A dì VIIII de aprile anno 1504 delunidi anocte venendo lo martedi de pascha de resurrectione venne uno certo foco dal cielo inlo casale de sancto nastaso delle pertinencie de somma che tra pagliara et case abrusiaro da circha 25 si ancho più homini et animali et dicevase havere dapnnificato da circha tre milia ducati et quella nocte fo uno vento multo caldo et terribele che allo bosco de striano et allo bosco reale cascaro più de mille arbori verdi.

Come si sa, Napoli e l’area vesuviana ai piedi del Monte Somma sono tra i poli di commercio e consumo di baccalà e stoccafisso più importanti al mondo; da noi, il merluzzo, solo essiccato e messo sotto sale, cominciò ad assumere un ruolo centrale nell’alimentazione in tre precisi momenti storici. Il primo momento risale al 1563, quando il Concilio di Trento sancì le regole del mangiare magro, con divieto di mangiar carne in tempo di Quaresima, i venerdì e le altre feste comandate. Il pesce essiccato, quindi, divenne un’ottima alternativa alla carne già dal XVI secolo in poi. Successivamente, nel 1749, Carlo III di Borbone stipulò un trattato con Federico V, re della Danimarca e della Norvegia, per l’importazione del pesce secco e salato che costituiva, specie per le fasce più deboli, un alimento a basso prezzo. Risale, infine, al pieno Ottocento, l’arrivo del baccalà e dello stoccafisso nel territorio vesuviano e, in special modo, tra S. Anastasia e Somma Vesuviana, dove sia a causa dell’esigenza di nuove norme igieniche, sia per sgravi fiscali concessi ai Padri Domenicani, vennero installate proprio dai monaci nuove vasche per ammollare il pesce essiccato, spostando il processo in aree meno abitate e riducendo così le ormai insopportabili lamentele della popolazione contro i baccalajuoli. A Somma, tra l’altro, la comunità religiosa Domenicana era ben inserita nel contesto socio-culturale del paese. Ma a quanto sembra, dalle ultime acquisizioni, fu il ricco mercante veneziano napoletanizzato Guglielmo Samuelli a mettere in commercio sul nostro territorio il quotato prodotto che, poi, avrebbe fatto di Somma la capitale italiana dello stoccafisso e del baccalà. Samuelli, nella prima metà del Seicento, era socio della Compagnia Guadaya e Vots che curava, tra l’altro, le importazioni di baccalà ed aringhe per l’Esercito e la Marina del Governo Napoletano. Le cronache del tempo riferiscono che le balle venivano trasportate nel territorio di Somma e lavorate con l’acqua delle sorgenti del Monte Somma. Il Samuelli accumulò nel tempo una notevole fortuna all’ombra del Vesuvio: acquistò, infatti, da queste parti una masseria arbustata con casale per la cifra di 3.400 ducati, dove si recava a caccia ogni volta che veniva dalle nostre parti per affari (Inventario dell’Archivio Baldovinetti Tolomei 176.4, Guglielmo Samuelli – da Napoli 10 lettere; Napoli nobilissima vol. 31, 1992; Ricerche sul ‘600 napoletano, L & T, 1989). La lavorazione del pesce, ancora oggi, si intreccia parallela al paziente e faticoso lavoro dei nostri padri, che hanno sempre creduto e saputo mantenere una così nobile arte. Oggi è un vero pezzo di economia della città in continua crescita ed espansione.
Nel tempo si sono diffuse numerose ricette a base di stoccafisso e baccalà: dal baccalà fritto, al baccalà in bianco, dallo stoccafisso alla marinara al celebre Stocc’e patane. Celebri artisti e intellettuali hanno esaltato il baccalà: Totò, Eduardo De Filippo, Salvatore Di Giacomo, Pino Daniele e tanti altri. Numerosi ristoranti del territorio hanno riportato in voga l’uso di questi prodotti dei mari scandinavi, con grande rispetto della tradizione e, oggi, anche tanti chef, con un approccio più sperimentale, stanno rivalutando il suo ruolo centrale nella nostra storia culinaria (cit. Vincenzo Notaro).

Il Palio settembrino con i suoi giochi rappresenta ormai per i cittadini Sommesi un’occasione di forte aggregazione e di riscoperta delle proprie tradizioni storiche: uno dei momenti più qualificanti della nostra vita sociale. Una festa comunitaria di recente istituzione, una nuova forma di cultura popolare che spazia a tutto campo dalla musica, all’artigianato, fino alla valorizzazione del territorio con i suoi prodotti tipici.

Somma Vesuviana ha avuto pure una lunga tradizione bandistica: già nel 1871, infatti, la città disponeva di una piccola fanfara municipale composta da 19 elementi e diretta dal maestro Francesco Brunelli (1821 – 1894), nominato con delibera del Consiglio Comunale del 29 dicembre 1867. Nel napoletano – come riferisce il prof. Mimmo Parisi – era il complesso musicale che vantava la più lunga tradizione, essendo stato istituito già nel 1847 da tale Vincenzo Casillo e avendo preceduto di molti anni quella di Casalnuovo con il Maestro Direttore De Stefano Luigi (1857), Sant’Anastasia con il M° De Luca Luigi (1864) e Portici con il M° Pecoraro Pasquale (1871). Il 14 luglio 1881, dopo ben sedici anni di attività, il maestro Brunelli Francesco fu collocato a riposo e nello stesso anno il 31 ottobre il Consiglio Comunale nominò, con dodici voti favorevoli, il nuovo maestro nella persona del sig. Pellegrino Giuseppe con lo stipendio mensile di Lire 25. Era il 1927 quando il Dott. Alberto Angrisani, divenuto Podestà di Somma Vesuviana, soppresse con atto deliberativo dell’11 luglio la banda musicale comunale, la scuola di musica e il posto di maestro per diminuire le spese del Comune.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con decreto del 19 settembre 2012, su proposta del Ministero dell’Interno, ha concesso al Comune di Somma Vesuviana il titolo di Città, benché il 5 agosto 1752 Re Carlo di Borbone, con dispaccio della Real Segreteria per gli Affari Ecclesiastici ordinava alla Curia Nolana di dare a Somma il titolo di Città, che ab antiquo lo era stato sempre dato dalla Maestà del Principe e dalla Regal Camera di Santa Chiara (Alberto Angrisani, Brevi notizie storiche e demografiche intorno alla Città di Somma…Napoli, 1928).Lo storico Giansefano Remondini nello stesso periodo ci confermava nella sua Della Nolana Ecclesiastica Storia che …E sebben quest’Autore (Giovan Villani) la chiama Castello, si vanta nulla dimanco dell’onorevol titolo di Città, e n’alza corona su l’impresa; e tal chiamata viene da pressochè tutti gli Scrittori, e distintamente dal Pacichelli nella descrizione del Regno, da Andrea Persico nella Dedicatoria alle Decisioni della Summaria, da Antonio Police delle preminenze delle Regie Udienze ragionando, da Francesco Gonzaga nell’origine della Religione Serafica, e dal Magini nella corretta Geografia di Tolomeo, ove scrisse: Senza Napoli son’ anche in Campania, o Campagna, dell’altre Città chiare, come Teano, Calvo, Aversa, Caserta, S. Agata, Nola, e Somma, e così è nominata in infinite scritture, e Reali privilegi, dispacci, e patenti…

Somma Vesuviana, attualmente, è la città capofila dei sei comuni dell’area vesuviana per la gestione finanziaria e amministrativa del Piano di Zona in Ambito Sociale, ponendosi come collegamento logistico – amministrativo con la Città Metropolitana e la Regione Campania.

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